6.5.16

ALDO MORO NON E’ MORTO DI VECCHIAIA!



il corpo senza vita di Aldo Moro a Roma in via Caetani (9 maggio 1978)

di Gianni Lannes

E’ scomodo anche da morto, e le autorità bardate a festa con il tricolore, preferiscono dimenticare certe cose, sorvolando maldestramente alla spicciolata, mandano in onda la solita ipocrisia istituzionale. Altro che festeggiamenti nel centenario della nascita: le omissioni prendono il nome di quelle strane dimenticanze sull’assassinio di Moro. Ieri il nuovo inquilino del Quirinale, Sergio Mattarella, ha partecipato alla cerimonia di inaugurazione dell’Anno accademico dell’Università a Bari, in occasione del centesimo anniversario della nascita di Aldo Moro, a cui è intitolato l’ateneo del capoluogo pugliese. Il capo pro tempore dello Stato tricolore, colonia  a stelle e strisce dal 1943 (grazie all’armistizio di Cassibile), però, si è limitato a deporre una corona di fiori, invece di esigere dall'ineletto Renzi di revocare il segreto di Stato sul caso.

Sia ben chiaro urbi et orbi: Aldo Moro non è morto di vecchiaia, ma è stato barbaramente assassinato. Già nel 1974, in veste di ministro degli esteri era stato pubblicamente minacciato di morte, se avesse dato vita ad un governo di centro sinistra, dal criminale impunito Henry Kissinger. Proprio nel ’74 (nella notte fra il 3 e 4 agosto) sarà realizzata dalla Central Intelligence Agency, usando manovalanza italidiota, la strage dell’Italicus che costò la vita  a 12 persone e provocò 48 feriti, oltre ai danni materiali. Si trattava di un treno su cui doveva salire il presidente Moro, che la scampò all’ultimo momento, grazie ad una soffiata di una parte dell’intelligence nostrana, fedele alla Costituzione repubblicana, e non alla famigerata Nato. A proposito: perché mai i magistrati italiani non hanno mai interrogato Steve Pieczenik, il consulente di Cossiga? E per quale ragione gli assassini e i carcerieri di Moro, pur condannati all'ergastolo sono stati tutti liberati per disposizione governativa italiana? Ma quale verità, e che ingiustizia? Qual è stato il vero prezzo della trattativa con lo Stato e i terroristi telecomandati ed eterodiretti dall'estero?

In ogni caso, non si può seriamente parlare di Moro, senza dire che è stato ucciso per quello che ha pensato, ha fatto, è stato, ha rappresentato, ma soprattutto intendeva fare nella primavera del 1978, portando il partito comunista al governo con la democrazia cristiana, in rotta di collisione con i padroni di Washington. Non si può sottacere il bisogno di verità sull’agguato di via Fani, che costò la vita a cinque uomini di scorta e sulla morte del cattolico Moro.

La caratteristica fondamentale di Moro è la centralità dell’essere umano, e la volontà continua di comprendere, mai escludere, nemmeno gli avversari. Dunque, l'etica, prima di tutto: un valore universale.

Che singolare coincidenza. Peppino Impastato, fu ucciso in Sicilia, il 9 maggio 1978, lo stesso giorno in cui fu ritrovato a Roma in via Caetani, il corpo senza vita di Moro. Ma questa è un’altra storia, anzi, a pensarci bene, è sempre la stessa.

La figlia Agnese, prima di rivolgersi con una missiva ad alcuni responsabili dello stragismo degli anni Settanta, ed anche della morte del padre, ha scritto una toccante pagina dedicata al giorno di quella tragedia. La si può leggere a pagina 161 de Il libro dell’incontro, edito nel 2015 da “il Saggiatore”. Parole di Agnese Moro: 

«Prima di mettermi a scrivere la lettera per voi ex ho voluto per un momento all’origine di tutto questo. Volevo essere certa di non aver dimenticato, di non aver annacquato il passato e quello che è successo a mio padre. Così ho riletto il referto della sua autopsia, perché è quel corpo- sono quei corpi- l’unico fatto inequivocabile, e, in maniera scarna e definitiva, la nostra realtà. Ho riletto e pensato tanto ai quindici minuti che gli sono rimasti da vivere dopo i vostri spari, o che gli sono serviti per morire. Leggendo mi sono chiesta che cosa fosse successo in quei minuti; se avete aspettato che morisse per trasportarlo, o se è morto ‘cullato’ dal movimento della macchina. Ho ricordato anche la feritina a mezza luna, lì dove gli mancava un pezzetto di pollice portato via da una pallottola, ma anche il suo volto assolutamente sereno. Ho pensato a qualche altra cosa che mi ha ferito, come l’inutile cattiveria di averci privato delle sue parole di addio per dodici anni, anni nei quali, nelle nostre vite è successo di tutto. Dopo queste letture e dopo questi ricordi sono stata davvero sicura di non aver annacquato nulla; che il mio cammino verso di voi- come il vostro verso di noi- è stato fatto senza semplificare, e senza mettere niente tra parentesi».

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