BIOGRAFIA

5.6.20

ROSETO: IL SEGRETO DELLA SALUTE E DELLA VITA!

foto Gilan


di Gianni Lannes

La dolcezza dell'umanità dimenticata. L'ultima volta c'era la neve e il freddo del generale inverno pungeva dentro il respiro. Ma i fuochi all'aperto accesi dalla gente del luogo, di notte, sotto un cielo trapuntato di stelle luminose e tali da illuminare i viandanti, scaldavano il cuore e l'animo. A Roseto Valfortore sui Monti Dauni, dove il tempo convenzionale si è fermato perché inerpicarsi quassù dove Puglia, Molise e Campania si accarezzano, è un'impresa leggendaria degna di Coppi e Bartali, la gentilezza delle persone commuove anche le pietre, l'aria è sempre frizzante, il miele purissimo e il pane buonissimo dal sapore antico. Qui resiste una straordinaria qualità della vita, tramandata anche in America. Altro che farmaci e medici. Infatti, la salute viene - prima che dal cibo e dalla genetica - dal senso di comunità vissuta, dalla solidarietà e dall'empatia. Nel 1992 l'America Journal of Public Health, ha pubblicato uno studio, sui longevi rosetani trapiantati negli Stati Uniti d'America dal secolo scorso. La scoperta scientifica è straordinaria: le relazioni umane e non il disumano distanziamento sociale, sono fondamentali per vivere bene e a lungo. 




Tant'è che il giornalista Malcolm Gladwell, nel 2009 ha pubblicato per Mondadori il libro Fuoriclasse. Conta la famiglia, ma più di tutto l'amore. Ecco una sintesi:

«Roseto Valfortore è un paese appenninico in provincia di Foggia, centosessanta chilometri a sudest di Roma. La cittadina è strutturata attorno a una grande piazza centrale, secondo lo stile del borgo medievale. Di fronte alla piazza sorge il Palazzo Marchesale di proprietà della famiglia Saggese, gli antichi possidenti della zona.

Un passaggio ad arco porta dalla piazza alla chiesa della Madonna del Carmine. Le strette scale di pietra risalgono la montagna, fiancheggiate da case di sassi a due piani con i tetti di tegole, addossate l’una all’altra.

I paesani di Roseto lavorarono per secoli nelle cave di marmo dei monti vicini, oppure coltivarono i campi nei terrazzamenti sottostanti, che raggiungevano ogni mattina scendendo a valle per sette, otto chilometri, per ripercorrere poi ogni sera lo stesso tragitto. La vita era dura.

Gli abitanti sapevano a malapena leggere e scrivere, erano spaventosamente poveri e non avevano alcuna prospettiva di migliorare le loro condizioni economiche, allorché, verso la fine del XIX secolo, a Roseto giunse notizia che al di là dell’oceano c’era la terra delle opportunità.


Nel gennaio 1882 un gruppo di undici rosetani (dieci uomini e un ragazzo) salparono alla volta di New York. Trascorsero la loro prima notte in America dormendo sul pavimento di una taverna di Mulberry Street, nella Little Italy di Manhattan. Si avventurarono a ovest e finirono per trovare lavoro in una cava di ardesia a centoquaranta chilometri da New York, nei pressi di Bangor, Pennsylvania.
 
L’anno dopo, quindici rosetani lasciarono l’Italia per l’America e alcuni di loro approdarono a Bangor, assunti nella stessa cava di ardesia dove lavoravano i compatrioti. I nuovi immigrati, a loro volta, fecero conoscere agli abitanti di Roseto le promesse del Nuovo Mondo e ben presto un gruppo di rosetani dopo l’altro fece i bagagli diretto in Pennsylvania. Quello che all’inizio era stato un rivolo di immigrati si trasformò in un fiume in piena.

Soltanto nel 1894 fecero richiesta del passaporto per l’America ben milleduecento rosetani, che lasciarono deserte intere strade del loro vecchio paese. I rosetani cominciarono a comprare terreni sul versante sassoso della montagna, a cui si accedeva da Bangor per una ripida carrareccia dai solchi profondi. Costruirono case di pietra a due piani con i tetti di ardesia, addossate le une alle altre sulle stradine che salivano e scendevano dalla montagna.

Edificarono una chiesa e la intitolarono alla Madonna del Carmine, e chiamarono la via principale, su cui sorgeva la chiesa, Garibaldi Avenue in onore dell’eroe dell’unità d’Italia. Dapprima diedero alla loro città il nome New Italy, ma ben presto lo cambiarono in Roseto, una scelta più che appropriata, visto che la maggioranza degli abitanti proveniva dall’omonimo paese.

Nel 1896 padre Pasquale de Nisco, un prete giovane e dinamico, diventò parroco della Madonna del Carmine. Fondò diverse comunità spirituali e celebrò le festività religiose. Incoraggiò gli abitanti a ripulire i terreni e a piantare cipolle, fagioli, patate, meloni e alberi da frutto negli appezzamenti dietro le case. Distribuì semi e bulbi. La cittadina prese vita.

I rosetani cominciarono ad allevare maiali e a coltivare la vite per farsi il vino. Furono costruiti edifici scolastici, un parco, un convento e un cimitero. Su Garibaldi Avenue aprirono negozietti, panetterie, ristoranti e bar. Sorsero più di dodici laboratori che producevano camicette per il mercato dell’abbigliamento.

La vicina Bangor era abitata in massima parte da inglesi e gallesi, e la cittadina appena un po’ più in là aveva una maggioranza tedesca, il che vuol dire, considerati i rapporti conflittuali che in quegli anni intercorrevano tra inglesi, tedeschi e italiani, che Roseto era rigorosamente riservata ai rosetani.
Se nei primi decenni del Novecento foste andati a passeggio per le strade di Roseto, Pennsylvania, avreste sentito parlare soltanto italiano, e non un italiano qualsiasi, ma lo stesso dialetto parlato nell’area meridionale della provincia di Foggia dagli abitanti della Roseto italiana. Roseto, Pennsylvania, costituiva un piccolo mondo a sé, completamente sconosciuto alla società circostante, e tale sarebbe rimasto se non fosse stato per Stewart Wolf.

Wolf era un medico. Si era specializzato nelle malattie dell’apparato digerente, in particolare dello stomaco, e insegnava alla facoltà di medicina dell’università dell’Oklahoma. Passava l’estate in una fattoria della Pennsylvania, non lontana da Roseto, un dato che in sé non voleva dir nulla, perché Roseto era talmente isolata dal resto del mondo che si poteva vivere nella città vicina senza venir mai a sapere della sua esistenza.

«Un’estate, verso la fine degli anni Cinquanta, eravamo andati lì in vacanza come al solito quando mi invitarono a tenere una conferenza in un’associazione di medici del posto» avrebbe raccontato Wolf in un’intervista.

«Finita la conferenza, uno dei medici mi invitò a bere una birra. Tra un sorso e l’altro mi disse: “Lo sa, faccio il medico da diciassette anni. Mi arrivano pazienti da ogni dove, ma non capita quasi mai che un abitante di Roseto con meno di sessantacinque anni presenti disturbi cardiaci”.» Wolf rimase di stucco.

Erano gli anni Cinquanta, molto prima dell’avvento dei farmaci che abbassano il colesterolo e delle severe precauzioni volte a impedire l’insorgenza delle cardiopatie. Negli Stati Uniti era in atto una vera e propria epidemia di infarti, la prima causa di morte degli uomini al di sotto dei sessantacinque anni. Il buonsenso diceva che era impossibile esercitare la professione medica e non avere pazienti cardiopatici.

Wolf decise di indagare, con l’aiuto di alcuni studenti e colleghi dell’università dell’Oklahoma. Raccolsero i certificati di morte dei residenti e tornarono nella cittadina per diversi anni, ogni volta che fu loro possibile. Analizzarono le cartelle cliniche, studiarono le anamnesi e ricostruirono le genealogie familiari.

«Fu un bell’impegno» disse Wolf. «Decidemmo di fare uno studio preliminare. Cominciammo nel 1961. Il sindaco ci disse: “Le mie sorelle vi daranno una mano”. Aveva quattro sorelle. E aggiunse: “Potete stare nella sala municipale”.

Volli sapere: “E dove terrete le riunioni della giunta?”. Rispose: “Be’, le rimanderemo”. Le signore ci portavano il pranzo. Avevamo a disposizione delle cabine per fare i prelievi di sangue ed effettuare l’elettrocardiogramma. Rimanemmo quattro settimane. Parlai con le autorità. Ci permisero di sistemarci nella scuola durante l’estate. Chiedemmo a tutta la popolazione di Roseto di sottoporsi ai nostri esami.»

I risultati furono sbalorditivi. Nessun abitante di Roseto al di sotto dei cinquantacinque anni era morto di infarto o soffriva di disturbi cardiaci. Il tasso di mortalità per cardiopatie negli uomini al di sopra dei sessantacinque anni era grosso modo la metà di quello riscontrato in tutti gli Stati Uniti. Di fatto, a Roseto il tasso di mortalità per cause d’ogni genere era inferiore del 30, 35 per cento a quello previsto.

Wolf portò con sé un amico dall’Oklahoma, il sociologo John Bruhn, per farsi aiutare.  «Reclutai come intervistatori studenti di medicina e laureati in sociologia, andammo di casa in casa e parlammo con ogni persona dai ventun anni in su» rammenta Bruhn.

È successo più di cinquantanni fa ma, mentre racconta le loro scoperte, nel suo tono di voce c’è ancora un accenno di meraviglia. «Nessuno si era suicidato, non c’era traccia di alcolismo né di tossicodipendenza, e i reati erano pochissimi. Nessuno viveva con l’assegno sociale. A quel punto controllammo l’incidenza dell’ulcera peptica. Non avevano nemmeno quella. Morivano di vecchiaia, tutto qui.»

Nella professione di Wolf c’è un termine per designare i luoghi come Roseto, un posto che si colloca al di fuori dell’esperienza quotidiana, un luogo dove non valgono le regole consuete. Il termine è outlier: dato anomalo, ovvero «fenomeno» statistico.

Sulle prime Wolf pensò che forse i rosetani avevano conservato alcune abitudini alimentari del Vecchio Mondo che li mantenevano in salute più degli altri americani. Non impiegò molto a capire che era un’ipotesi sbagliata. Al posto dell’olio d’oliva, assai più salutare, che avevano usato in Italia, i rosetani d’America cucinavano con il lardo. In Italia la pizza era un disco di pasta croccante e sottile condito con sale, olio e un po’ di pomodoro, acciughe o cipolle.

In Pennsylvania la pizza era una specie di focaccia guarnita con salsicce, peperoni, salame, prosciutto e talvolta uova. A Roseto i biscotti e i taralli, in patria riservati alle festività natalizie e pasquali, venivano consumati tutto l’anno.

Quando Wolf fece analizzare dai dietologi le abitudini alimentari dei rosetani, si scoprì che il 41 per cento delle loro calorie proveniva dai grassi, una percentuale stratosferica. Inoltre, quella non era una città dove la gente si svegliava all’alba per fare yoga e una bella corsa di dieci chilometri. I rosetani erano forti fumatori e molti di loro avevano problemi di obesità.

Se non erano l’alimentazione e l’esercizio fisico a spiegare i risultati, c’entrava forse la genetica? I rosetani erano un gruppo molto compatto ed erano originari della stessa regione d’Italia. La successiva ipotesi di lavoro di Wolf fu verificare se appartenessero a un ceppo particolarmente resistente che li proteggeva dalle malattie.

Rintracciò i parenti dei rosetani che vivevano in altre aree degli Stati Uniti per accertarsi che godessero dello stesso  straordinario stato di salute dei loro cugini in Pennsylvania. Niente da fare. Allora indagò sull’area geografica in cui vivevano.

Le colline pedemontane della Pennsylvania orientale presentavano caratteristiche tali da influire sulla salute degli abitanti? Le città più vicine a Roseto erano Bangor, proprio a valle, e Nazareth, a pochi chilometri di distanza.

Avevano le stesse dimensioni di Roseto ed erano popolate dallo stesso tipo di laboriosi immigrati europei. Wolf spulciò le cartelle cliniche degli abitanti delle due città. Il tasso di mortalità per malattie cardiache degli uomini al di sopra dei sessantacinque anni era triplo rispetto a quello di Roseto. Un altro vicolo cieco.

Wolf si rese conto che il segreto di Roseto non risiedeva nell’alimentazione, nell’esercizio fisico, nella genetica o nella posizione. Doveva trovarsi nella natura stessa della cittadina. Passeggiando per le sue strade, Bruhn e Wolf cominciarono a capire.

Videro i rosetani farsi visita l’un l’altro, fermarsi a chiacchierare per la strada in italiano o cucinare nel cortile per i compaesani. Vennero a sapere che alla base della struttura sociale del paese vi era una compagine di famiglie numerose. Videro che in molte case vivevano tre generazioni sotto lo stesso tetto e si accorsero del rispetto di cui godevano i nonni.

Andarono a sentir messa nella chiesa della Madonna del Carmine e constatarono l’effetto unificante e rasserenante del luogo. Si resero conto che la cittadina, che contava meno di duemila abitanti, annoverava ben ventidue organizzazioni civiche distinte.

Si accorsero del carattere egualitario della comunità, che scoraggiava dal pavoneggiarsi chi aveva avuto successo e aiutava coloro che non lo avevano ottenuto a nascondere, almeno in parte, i propri fallimenti.

Nel trapiantare la cultura paesana dell’Italia meridionale sulle alture della Pennsylvania orientale i rosetani avevano creato una struttura sociale forte e protettiva, capace di isolarli dalle pressioni del mondo moderno.

I rosetani godevano di buona salute grazie al mondo che si erano creati nella loro minuscola cittadina sulle montagne. «La prima volta che sono stato a Roseto ricordo di aver assistito a quei pranzi di famiglia a cui partecipavano tre generazioni, e di aver visto tutte quelle panetterie, la gente che passeggiava per le strade, che chiacchierava seduta sotto il portico, i laboratori artigianali delle camicette dove di giorno lavoravano le donne mentre gli uomini erano al lavoro nelle cave di ardesia» ha raccontato Bruhn. «Era una magia.»

Immaginate lo scetticismo che incontrarono Bruhn e Wolf quando presentarono le loro scoperte alla comunità medica. Nelle conferenze a cui parteciparono, i loro colleghi esibivano lunghi elenchi di dati organizzati in complessi diagrammi in cui si alludeva a un certo tipo di gene o di processo fisiologico, mentre i due parlavano dei benefici, magici e misteriosi, del fermarsi a parlare con la gente incontrata per strada e dell’avere tre generazioni sotto lo stesso tetto.

Il sapere comune dell’epoca sosteneva che la longevità dipendeva in larga misura dal patrimonio genetico dell’individuo. E da una serie di scelte del singolo: l’alimentazione, la quantità di esercizio fisico e l’efficacia delle cure mediche. Nessuno era abituato a pensare alla salute in termini di comunità.

Wolf e Bruhn dovettero persuadere l’establishment medico a pensare alla salute e ai disturbi cardiaci in un modo completamente nuovo: dovettero far comprendere ai colleghi che non sarebbero riusciti a capire perché una persona gode di buona salute limitandosi a isolare le sue scelte o le sue azioni personali.

Dovevano guardare oltre l’individuo, comprendere la cultura di appartenenza, il tipo di amicizie che coltivava, la famiglia e il suo luogo di provenienza. Dovevano accettare l’idea che i valori del mondo a cui apparteniamo, e le persone che ci circondano, esercitano un effetto duraturo su di noi».



Riferimenti:


Malcolm Gladwell, FUORICLASSE, Mondadori, 2009.