BIOGRAFIA

18.1.19

C’ERA UNA VOLTA UNA TORRE DORATA

di Lucia Uni*

A Milano da una fabbrica abbandonata è stato ricavato un enorme spazio espositivo di arte contemporanea, che ospita artisti di fama internazionale sempre molto attesi durante gli eventi di apertura. C’è un’area didattica dedicata unicamente ai bambini, chiamata “l’Accademia dei bambini”, con laboratori settimanali e attività libere condotte da maestri, pedagogisti, architetti e artisti che si alternano di volta in volta in progetti che coinvolgono i piccoli. Da questo complesso architettonico, commissionato dalla Fondazione Prada all’architetto olandese Rem Koolhaas, spicca una torre dorata che rappresenta la parte più insolita del Museo. Orde di visitatori da tutto il mondo sono mossi alla ricerca di questo enorme spazio e dalla curiosità di vedere dal vero quella torre, che risulta irreale e metafisica già solo se vista in foto. Il racconto dell’esistenza di una torre tutta ricoperta di foglie d’oro zecchino suscita in mia figlia di 4 anni attesa ed entusiasmo, l’emozione di luogo fiabesco al cui interno vive un altrettanto dorata principessa.


Sono tanti i laboratori didattici per i bambini nei musei, secondo un principio d’insegnamento pensato da Bruno Munari, luoghi dove fare esperienze tattili, di gioco, di relazione. Come il bambino si rapporta all’arte contemporanea è oggetto di interesse da parte delle neuroscienze e delle discipline pedagogiche. In linea generale per fortuna si è compreso che i bambini hanno bisogno di costruire e manipolare materiali e non certo apprendere dei linguaggi visivi in tenera età. Hanno necessità di relazionarsi tra loro e sviluppare le loro qualità e la loro creatività attraverso il gioco. Il rischio è che le tendenze attuali dell’arte immersiva e tecnologicae l’esperienza della realtà virtuale possano invece allontanarli da quel naturale sviluppo delle funzioni creative.
 
L’arte immersiva è un business che cresce sempre più, opere ambientali che interagiscono con gli spettatori, oggetti fuori scala, proiezioni multimediali che sostituiscono le opere originali; giganteschi gonfiabili che riproducono in scala 1:1 il sito archeologico di Stonehenge, progetto ideato dall’artista Jeremy Deller, i Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer, i luna-park ‘intellettuali’ di Carsten Holler; mostre espositive che si espandono fino all’assuefazione sensoriale. Le opere d’arte sono sempre più dei miraggi fumosi, l’esperienza del colore diventa esperienza dei pixel, come “The Caravaggio esperience”; nascono le Factory che assemblano il lavoro di centinaia di persone al servizio della costruzione di questi grossi eventi, dove il pubblico è invitato a interagire, ma le sue risposte sono già messe in conto e previste.

Ecco come passare una spensierata domenica con la famiglia nelle visioni aumentate. Impossibile sottrarsi ai mega schermi e al marketing immersivo, che non sono più ritenuti ausiliari solo ai musei. Anche le piazze, le stazioni, le facciate di edifici ospitano installazioni e proiezioni immersive. Ma niente è perduto: anche dopo esserci inabissati in questi “contenuti”, con l’espressione di ghiaccio o gli oculus che ci bloccano la circolazione, per la durata che riusciamo a tollerare, con piedi e sguardo addormentati e osservando le cose di internet muoversi intorno a noi, non si sa in che sorta di campo vitale, possiamo sempre fare le nostre riflessioni. Ma i bambini NO!

Una volta che il bambino sperimenta l’immaginazione pensata per lui c’è un rischio di fargli imboccare una strada di non ritorno. È opportuno rispettare i suoi tempi e se vogliamo che faccia parte del pubblico dell’arte dobbiamo interpolare il suo sguardo con le opere che osserva, chiederci se è il caso di inondarlo di stimoli sensoriali e percettivi così forti, i quali possono impedire che venga messo in condizione di sviluppare un’immaginazione attiva. Questa condizione si ottiene se lo si mette di fronte ad un foglio bianco, con il minimo di indicazioni e limiti, o di fronte alla distesa di un prato con l’erba alta, su cui gli viene voglia di rotolare, con le scarpe o i piedi nella terra nuda, in cui inevitabilmente si sporcherà. L’arte ai bambini si da’ con il gioco e con la libertà di muoversi sicuro nello spazio. Il bambino abituato all’eccesso di stimoli svilupperà solo paura del vuoto, paura della noia, che è il momento più prolifico e propedeutico allo sviluppo della sua creatività. L’arte è vicina al bambino che “pensa” con le sue mani, che imbratta i fogli come le pittrici sciamaniche nelle grotte, abbozza il gioco delle scritture che somigliano a geroglifici, accartoccia, taglia, bucherella il foglio.

L’arte è degli adulti quando si sviluppa come linguaggio e va oltre il linguaggio; serve ad avere consuetudine con le visioni, con il senso critico, a creare delle verità invece che subirle, a far proprie le idee degli artisti o a respingerle e spesso è all’infanzia che questa si rivolge. Capita di riconoscere Picasso nei disegni dei bambini, come quando di una casa disegnano sul piano del foglio tutte le facce nascoste, perché la prospettiva non è un loro problema, come non lo era di antichi uomini.

Una mattina mia figlia ha distribuito tra le varie stanze quelle che lei chiama trappole per gazze ladre, fatte di nastri, spaghi, legni; sembravano i meccanismi cattura topi dell’artista tedesco Andreas Slominski, trappole reali o fantasiose, piccole, innocue, grandi, inquietanti. A volte la osservo mentre dal caos dei giocattoli cerca di disporre gli oggetti sulle mensole e riscopro la pratica dell’artista israeliano Haim Steinbach, che con il rituale dell’ordine agli oggetti pop e di uso comune ha costruito tutta la sua poetica.

Tutto è già stato fatto in arte.. sì, dai bambini!. Appassionarsi all’arte significa prendere parte ad un ‘gioco di società’ che accresce la consapevolezza preservando l’infanzia, il cui nucleo profondo va protetto da quell’incalzare pervasivo di informazioni inutili.

Lo sguardo puro dei bambini aiuta noi che quella purezza non l’abbiamo più, quello che aiuta i bambini invece sono le fiabe che gli raccontiamo, con tutte le sue componenti magiche e le sue metamorfosi: il re, la regina, principi, principesse e ondine, che altro non sono che funzioni e parti del bambino stesso e della sua interiorità in divenire. Ascoltare le parole di un racconto e come vengono pronunciate erige gli anticorpi della sua immaginazione.

È importante quel C’era una volta che induce a sognare il percorso di una storia che non ha un tempo  preciso e ha sempre un lieto fine. Tutto sta alla nostra capacità, di parlare la lingua degli angeli, di saper presentare il mondo con i suoi cambiamenti repentini alle nostre creature e avere sempre delle chiavi per interpretarlo.

*artista