BIOGRAFIA

1.5.17

ENI: COLONIA DAUNIA

Monte Sant'Angelo, 8 maggio 1953: Giuseppe Di Vittorio e Michele Magno - archivio Cgil (Renzulli)

di Gianni Lannes

«Io Peppino Di Vittorio lo ricordo bene. L’ho conosciuto sin da bambino. Era una figura familiare, presente. Ne sentivo parlare, visti i suoi rapporti con mio padre». Italo Magno che nel 1988 ha guidato la pacifica e vittoriosa rivolta contro l’Enichem, pesca nei ricordi d’infanzia nel suo libro Un giorno mio padre (Guida, Napoli, 2010). Michele Magno nato a Manfredonia il 5 gennaio 1917, volato via il 6 marzo 2003, era quel politico comunista d’altri tempi, che sapeva conquistare il popolo grazie alla semplicità di esprimersi e farsi capire, perché era uno di loro, abituato a lottare per la sopravvivenza. E’ stato segretario della Camera del Lavoro provinciale dal 1945 al 1955 ed esponente del partito comunista; deputato dal 1953 al 1968 e senatore dal 1968 al 1972. Fu anche sindaco di Manfredonia dal 30 giugno 1975 al 1982. Anch'io ho avuto la fortuna di conoscere personalmente questo umile gigante, tanto tempo fa quando lavoravo all'Unità.




Nato da famiglia povera e di pescatori è stata soprattutto sua madre Sipontina Castigliego a sostenerlo, dopo aver superato brillantemente la quinta elementare il maestro convince la mamma a mandarlo alla scuole medie a Foggia, perché uno dei più bravi alunni della scuola. Tra mille preoccupazioni e sacrifici la donna accetta, diventando il primo figlio di pescatore di Manfredonia ad andare alle scuole medie. Lui ripaga la fiducia arrivando a prendere per tempo e con ottimi voti il diploma di ragioniere. Scoppiata la seconda guerra mondiale è costretto a lasciare gli studi universitari. Dopo la guerra diviene sindacalista, poi segretario della Camera del Lavoro di Foggia dal 1945 al 1955, dove conosce e lavorare fianco a Giuseppe Di Vittorio. Dal '53 al '72 fu deputato per quattro consecutive legislature nelle file del partito comunista. Nel 1968 venne eletto sia alla Camera che al Senato, rispettivamente con 21.431 voti e 43.547 diventando il candidato più votato di Puglia. Come sindaco di Manfredonia si è battuto per la delocalizzazione dello stabilimento Anic-Enichem dopo l'incidente del 26 settembre 1976, quando all'interno della fabbrica esplose una colonna d'arsenico. I documenti parlano con i fatti non con il fango che distorce la realtà, sulla memoria dei morti e sull’onore di vivi.



 
In un‘interrogazione al ministro delle partecipazioni statali, nel 1967 Magno si esprimeva così, dopo la decisione assunta dal Cipe, ovvero dai vertici della Democrazia cristiana, in loco soprattutto dal ras Vincenzo Russo (funzionario dell’Eni):

«Per sapere se è a conoscenza dell’impegno assunto dall’Anic di costruire a Manfredonia un impianto per la produzione di ammoniaca e urea con la utilizzazione di una parte del metano rinvenuto nel sottosuolo della provincia di Foggia».

Una ricerca condotta da un antropologo inglese dell’università del Kent, N.T. Colclough, nel periodo 1969-1970, intitolata “The social implications of industrialization: the case of Manfredonia”, ricostruisce con fonti di prova la genesi del quarto petrolchimico italiano  (Roma, documenti Isvet n. 52, 1976):

«La ragione basilare era che per esigenze tecniche - la necessità di abbondanti quantità di acqua e la vicinanza di un porto - era necessario costruire l’impianto sulla costa. Manfredonia, il solo porto sulla costa di Foggia, era fuori dal polo di sviluppo… nell’ottobre del 1967 il CIPE diede la sua approvazione al progetto. Un mese dopo il Comitato dei Ministri approvò la trasformazione del nucleo in area… Una obiezione fu che localizzare lo stabilimento in una zona designata per lo sviluppo turistico era in contraddizione con i lineamenti di pianificazione approvati in sede nazionale».

L’ENI non solo per accaparrarsi i ricchi giacimenti di metano della Daunia che ancora oggi sfrutta, optò per un territorio al di fuori del mondo industriale, ma invase anche un’area destinata al turismo. Italia Nostra con Giorgio Bassani fu l'unica associazione culturale ad opporsi.



La Gazzetta del Mezzogiorno annunciò addirittura 5 mila posti di lavoro, mentre il senatore Magno nel maggio del 1968 denunciava che lo stabilimento avrebbe impiegato soltanto 500 addetti. Sempre nel 1968, il 30 aprile, l’ingegner Biagio Pignataro pubblicava l’opuscolo “Il petrolchimico a Manfredonia- Tormento dell’ora”, proponendo una delocalizzazione dell’impianto industriale del cane a sei zampe; paradossalmente nella stessa zona dove vuole insediarsi l'Energas/Kuwait Petroleum. Ovviamente non fu preso in considerazione dalle autorità.

A Macchia di Monte Sant’Angelo ai confini con Manfredonia, un prete locale, sponsorizzato dalla diccì, vendette i terreni di Chiusa dei Santi all’Eni, mentre il sindaco democristiano Valente affermava solennemente: «il centro petrolchimico si realizzerà a Manfredonia, dove i tecnici riterranno utile ubicare l’impianto, certamente nell’hinterland del porto».

Nello studio super partes di Colclough è scritto anche: 

«La zona scelta dall’ENI non solo era di accesso al Gargano, ma anche un’importante area di scavi archeologici. Inoltre, la legge 717 espressamente proibiva la localizzazione di impianti industriali in zone riservate al turismo».

In un convegno a Bari nell’aprile del ’68, che riunì parlamentari, sindaci e notabili locali l’ENI rassicurò tutti, come riporta Colclough: 

«la scelta di Macchia era tecnicamente giustificabile e non avrebbe inquinato né il territorio né il mare circostante».


Nel 1976, dopo il grave incidente all’Enichem, il sindaco Michele Magno con un’ordinanza stabilì la chiusura della fabbrica, ma fu subito minacciato. La cronaca del quotidiano il Manifesto del 2 ottobre 1976, peraltro riporta: 

«Il sindaco Magno si è visto arrivare un telegramma dal presidente della Snia Viscosa, Santamaria, nel quale a seguito della sua ordinanza di chiusura della fabbrica, lo informa che se no  farà riprendere la produzione di caprolattame da parte dello stabilimento Chimica Dauna (un settore del petrolchimico dell’Anic) sarà costretto a mettere in  cassa integrazione 3.000 operai».



Il 22 marzo scorso, al ministero dell’Ambiente c’è stata l’ennesima conferenza dei servizi per fare il punto della situazione in relazione alla mancata bonifica, nonostante l'ingente elargizione di denaro pubblico alla Syndial. L’Ispra ha rilevato che mare e terra sono contaminate da giganteschi quantitativi soprattutto di arsenico, e mercurio.

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