BIOGRAFIA

9.3.14

IN RICORDO DEL CANTASTORIE MATTEO SALVATORE: UN FIGLIO DEL SUD

 Matteo Salvatore: concerto a Carpino del 5 agosto 2001 - foto Gianni Lannes (tutti diritti riservati)

di Gianni Lannes




Matteo era un poeta contadino, musicista autodidatta, venuto al mondo nell'antica Daunia. In Francia, non Italia, nel 1995 gli hanno dedicato un documentario: Les Ateliers de l'Arche (Il Cantastorie).


Qui, nelle sue parole, c'è tutto il Sud del mondo: "Una volta la fame si tagliava con il coltello...".  Allora, fui onorato perché presentai questo film ad Apricena, con Riccardo Cavallo alla presenza di Matteo che, alla fine prese una chitarra ed improvvisò. Che festa indimenticabile, che umanità. Ho ancora i brividi. L'ho visto ancora al Carpino Folk Festival 13 anni fa, e in quell'occasione suonò, cantando insieme ai tre vecchi cantori. 

Uno degli ultimi eroi della cultura contadina. Era nato ad Apricena il 16 giugno 1925. Ha lasciato la Terra il 27 agosto 2005. Aveva guadagnato 80 primavere. Una figura leggendaria, atipica, irregolare, unica, non riconducibile a qualsivoglia scuola. Destinato ad essere celebrato in seguito, solo dopo, come prototipo del moderno cantautore. 

Matteo Salvatore inventò il neo-folk e la ballata neo-realista. Aveva un legame viscerale con il suo Tavoliere e il Gargano.  "Le sue parole - disse una volta Italo Calvino - noi dobbiamo ancora inventarle". Era un linguaggio esclusivo il suo, di quelli che non si affinano studiando, se non con un vecchio maestro cieco (Pizzicoli: suonatore di violino, mandolino e chitarra). Più di tutto mi colpiva la sua arguzia, sempre viva. Tutto quello che cantava, lasciato traspirare dagli arpeggi vaporosi della sua chitarra, lo aveva vissuto intensamente sulla sua pelle. La miseria nera patita nell'infanzia, la camicia nera sbeffeggiata a suo tempo, i mille torti subiti dall'industria dello spettacolo e i mille espedienti inventati per sopravvivere. Con dolce amarezza e un fatalismo apparente quanto imprecante, che non escludeva la lotta per il cambiamento.  

Matteo Salvatore cantava tra l'altro: E' proibit', Lu bene mio, Sempre poveri, Lu forestier, Pasta nera, Li chiacchiere di lu paese, Lu soprastante.

Melodie scolpite nella pietra e fatte volare da un lirismo profondo, una voce orientata verso il registro alto, velata dalla disperazione, una sfumatura dolce e dolente. Canti d'amore e di sdegno, di miserie e di rivolta, ballate innervate da un'ironia contundente. 

Matteo si portava tutto dentro con aggraziata indignazione: l'orgoglio dei diseredati, le disillusioni del nostro Sud, "la fame che si poteva tagliare con il coltello", il destino di emigrazione e sfruttamento. Il suo stile libero... inconfondibile.

Nel mio studio ho incorniciato un solo articolo del mio lavoro trentennale. Si tratta di CARNE DI CANTASTORIE (pubblicato dal quotidiano Il Manifesto, il primo agosto 2001).

Ciao maestro, sarai sempre immenso nei nostri cuori!
 http://www.youtube.com/watch?v=_EILSJSiAD4


                                           http://www.youtube.com/watch?v=Dd38hSrUwYI

                                           http://www.youtube.com/watch?v=yPElaM4xsXE




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