12.11.17

ITALIA: GOVERNO DI GUERRA

foto Gianni Lannes - tutti i diritti riservati


A conti fatti il vero primato tricolore è l’aumento delle spese militari lievitate a 30 miliardi di euro annue (fonte: Sipri), denaro pubblico sottratto alla sanità e alla scuola, nonché l’esportazione di armamentario bellico soprattutto in Africa e Medio Oriente, a nazioni in guerra o dove regna la tirannocrazia. Senza contare il dispendioso acquisto dei cacciabombardieri nucleari F35. Eppure l’articolo 11 della Costituzione repubblicana che lo stesso Matteo Renzi ha tentato infruttuosamente di manomettere definitivamente l’anno scorso, stabilisce inequivocabilmente:

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».






Nel 2016 le forniture militari ai paesi dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente ammontano ad oltre 8,6 miliardi euro. Si tratta delle aree di maggior conflitto del mondo: la gran parte dei paesi dell’area è governata da regimi autoritari e da monarchie irrispettose dei diritti umani. Fornire armi, ordigni e sistemi militari a questi regimi è un esplicito consenso alle loro politiche repressive. I risultati più evidenti sono le migliaia di profughi e migranti che con ogni mezzo cercano rifugio in Italia.



Nel 2016 fatturato da 15,6 miliardi: record di bombe, missili e caccia. Esportazione record di sistemi militari verso paesi fuori da Nato e Ue: oltre 9,2 mld nel 2016. Più di 9,2 miliardi di euro. Per la precisione 9.240.403.172, 97 euro. È il valore delle esportazioni di sistemi militari autorizzate nel 2016 dal (Maeci) ai paesi che non fanno parte dell’Ue e della Nato. Rappresentano il 63,1% di tutte le esportazioni autorizzate che l’anno scorso hanno superato i 14,6 miliardi di euro (14.637.777.758 euro). La legge 185 del 1990 stabilisce che l’esportazione e i trasferimenti di materiale di armamento «devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia». Dunque, autorizzare l’esportazione di sistemi militari a paesi al di fuori delle principali alleanze politiche e militari dell’Italia - ovvero a paesi non appartenenti all’Ue o alla Nato - è un fatto che richiederebbe più di una spiegazione.
 
La relazione presentata nel marzo 2017 dal governo Gentiloni (che da ministro degli esteri si è già macchiato le mani di sangue innocente) sull'export di armamenti segnala un boom verso Paesi in guerra: il volume di vendite autorizzato verso l’Arabia Saudita che fa la guerra in Yemen è aumentato vertiginosamente. E cresce il ruolo delle banche italiane e straniere (tedesche e francesi), incluse addirittura le Poste Italiane.

Ma il dato politicamente significativo è appunto l’aumento di vendite verso Paesi in guerra, in violazione, attraverso espedienti, della legge 185/1990 che vieta l’esportazione e il transito di armamenti verso Paesi in stato di conflitto e responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Un sotterfugio che un ex ministro della Difesa, tale Sergio Mattarella denunciò anni fa come «un grave svuotamento delle disposizioni contenute nella legge 185»: il governo può aggirare il divieto di forniture militari a un paese in guerra se con esso ha stipulato un accordo intergovernativo nel campo della difesa e dell’import-export dei sistemi d’arma. Il caso più grave riguarda le forniture belliche alle forze aeree del regime Saudita, che da qualche anno conducono bombardamenti indiscriminati su città, scuole e ospedali in Yemen che finora hanno provocato almeno migliaia di morti civili, in gran parte bambini.  

I conti ufficiali non tornano. Il compitino truccato presentato in primavera dal sottosegretario Boschi omette i dati essenziali e li confonde. La relazione del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale riporta: «Nel 2016 il valore dei trasferimenti intracomunitari/esportazioni nei Paesi UE/NATO è stato pari al 36,9% del totale (le licenze 2.122), il rimanente 63,1% nei Paesi extra UE/NATO (le licenze 477). Come si evince nel grafico 3 del MAECI, il valore delle autorizzazioni all’esportazione verso i Paesi extra UE/NATO è appunto di 9.240.403.172,97 euro (volume 1, p. 10). L’esecutivo eterodiretto del partito democratico non ha ripristinato la trasparenza sulle operazioni svolte dalle banche: non solo non ha reintrodotto l'elenco di dettaglio delle operazioni bancarie (scomparso dal 2008), ma invece dell'elenco delle "Operazioni Autorizzate" riporta anche quest'anno solo quello delle "Operazioni segnalate".

Soltanto in Yemen, secondo i rilievi dell’ONU, la guerra ha provocato 3 milioni di sfollati. E poi ci sono i profughi e le associazioni umanitarie che incassano fondi pubblici lucrando sulla disperazione umana.

Cresce anche l’intermediazione finanziaria delle principali banche italiane, Intesa e Unicredit, e tra i piccoli istituti coinvolti compare ancora Banca Etruria e una banca libica (Banca Ubae: istituto controllato dalla Libyan Foreign Bank, una banca offshore specializzata in esportazioni di petrolio dalla Libia e nel cui azionariato figurano Unicredit, Intesa Sanpaolo, Montepaschi ed Eni).
Come si legge nella relazione, «i settori più rappresentativi dell’attività d’esportazione sono stati l’aeronautica, l’elicotteristica, l’elettronica per la difesa (avionica, radar, comunicazioni, apparati di guerra elettronica), la cantieristica navale ed i sistemi d’arma (missili, artiglierie), che hanno visto, nell’ordine: Alenia Aermacchi, Agusta Westland, GE AVIO, Selex ES, Elettronica, Oto Melara, Intermarine, Piaggio Aero Industries, MBDA Italia e Industrie Bitossi ai primi dieci posti per valore contrattuale delle operazioni autorizzate. La maggior parte di queste aziende sono di proprietà o in varia misura partecipate dal Gruppo Finmeccanica».

Anche le forniture belliche italiane verso gli altri paesi che partecipano alla guerra in Yemen a fianco dei sauditi sono proseguite o aumentate: gli Emirati si confermano il principale cliente mediorientale, mentre c’è stato un forte incremento di vendite al Bahrein e soprattutto al Qatar. Il Kuwait, nel 2015 ancora tra i clienti minori, è destinato a scalare la classifica dopo la firma del ministro Pinotti di un contratto multimiliardario per la fornitura di 28 cacciabombardieri prodotti da Finmeccanica.

Esportazioni che l’allora ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha giustificato affermando, in risposta ad una interrogazione parlamentare, che «l’Arabia Saudita non è oggetto di alcuna forma di embargo, sanzione o restrizione internazionale nel settore delle vendite di armamenti». Tacendo però sulla risoluzione del Parlamento europeo, votata ad ampia maggioranza già nel febbraio del 2016, che ha invitato l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, ad «avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita» alla luce delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen. Tale risoluzione, finora, è rimasta inattuata anche per la mancanza di sostegno da parte del governo italiano. Nel frattempo il ministero degli Esteri ha continuato ad autorizzare forniture militari all’Arabia Saudita.
  
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