24.10.17

VACCINI PER CAVIE CIVILI E MILITARI





 Se anche soltanto 5 vaccini fanno male ai militari adulti con anticorpi tutti d’un pezzo, cosa possono provocare in neonati, bambini e adolescenti sani con le difese immunitarie ancora in formazione addirittura il doppio se non il triplo di iniezioni obbligatorie? Se un principio medico ha significato per la sanità militare, perché non vale per quella civile?  In ogni caso, c’è una sovranità individuale che lo Stato o chi per esso non può violare: essa appartiene ad ogni individuo e risponde unicamente ad una legge universale, non ad una regola degli uomini.




Le vaccinazioni possono provocare gravi danni: ne sanno qualcosa 15 mila soldati italiani; di essi, attualmente, ben 5.135 (più di tutti i carabinieri), secondo stime ufficiali approssimate per difetto, hanno contratto patologie gravi quali malattie tumorali, neurodegenerative ed autoimmunitarie.  
 
C’è una verità acclarata da tempo ma negata all’opinione pubblica, anzi peggio: occultata ed insabbiata dalle autorità tricolori di ogni ordine e grado. Infatti, come attestano i copiosi documenti del ministero della Difesa e del ministero della Salute (con certificazioni di responsabilità), i numerosi atti parlamentari, i riscontri medici nonché le sentenze passate in giudicato dei tribunali militari e civili, i vaccini sono pericolosi.

Non c’è ragione al mondo per iniettare sostanze estranee agli esseri umani, specie ai bambini, se non disabilitare il loro fragile sistema immunitario e renderli malati a vita (pazienti). 

Le più grandi potenze finanziarie ed economiche sono le multinazionali del farmaco, che muovono interessi enormi e assoldano i politicanti per assecondare i loro sporchi affari sulla pelle di chi non sa o non può difendersi.

L'iniezione anche solo di un vaccino per essere giustificabile dovrebbe essere il frutto maturo di un'esigenza concreta, ovvero di una crisi sanitaria (epidemia e/o pandemia), risultante da un'evidenza medico-scientifica, senza nessun altro fattore inquinante. Allora come fa un genitore a sapere che una sostanza inoculata a suo figlio direttamente nel sangue, dipende non da una necessità scientifica, bensì da un atto di corruzione e pressione finanziaria sulla casta parassitaria dei politicanti italidioti, e consentire come se nulla fosse che tale sostanza sia iniettata esponendo il suo bimbo a un qualunque rischio, piccolo o grande che sia? Nel belpaese è già accaduto in un recente passato con la mazzetta da 600 milioni di lire incassate dall'allora ministro De Lorenzo (un medico mai radiato dall'ordine di appartenza dei camici sbiancati) che rese obbligatoria (ancora oggi) la vaccinazione antiepatite B mediante la legge 165 dell'anno 1991.

Il potere nostrano per conto terzi che fa? Ha inserito nella legge 119/2017 - una norma fuorilegge (palesemente incostituzionale) - la sanzione amministrativa per chi disubbisce, innescando al contempo a livello scolastico, addirittura la discriminazione sociale dei minori. Siamo all'abdicazione del principio scientifico del dubbio, notoriamente preposto ad ogni forma di conoscenza: un'ipotesi per definizione è sempre suscettibile di una diversa e maggiore approssimazone alla verità. E il principio cardine di precauzione?

Comunque, sottopongo ai lettori una delle storie e testimonianze documentate: uno dei tanti soldati italiani vittima dei vaccini. Nel 2016 la Difesa dopo avergli inflitto tribolazioni e patimenti è stata costretta dall’evidenza scientifica a riconoscergli il danno. Nel 2011, a 29 anni, gli era stata diagnosticata una leucemia acuta linfoblastica. E anche lui, caporale maggiore originario della Sicilia, è entrato a far parte dell'esercito di militari italiani affetti da gravissime patologie neoplastiche. Anche lui, come migliaia di altri compagni malati o deceduti, alle spalle aveva delle missioni all'estero (tra cui una in Iraq) e, come racconta il suo avvocato Santi Delia, «una massiccia somministrazione di vaccini subita fin dall'arruolamento: 6 in solo mese nel 2005, 8 in 40 giorni nel 2009, addirittura 11 nel 2000». Ad inizio 2016, in fondo a una battaglia legale durata oltre 4 anni, è arrivata la svolta: dopo l'iniziale rifiuto, ribaltato dal Tar, il ministero della Difesa lo ha infine riconosciuto come vittima del dovere.

È una delibera dai risvolti importanti quella assunta dal «Comitato di verifica» incaricato di valutare le richieste di indennizzo dei militari che sostengono di essersi ammalati per cause legate al servizio svolto. L'organismo infatti, che trasmette i propri pareri vincolanti al ministero della Difesa, si è dimostrato impenetrabile alla tesi secondo cui dietro tumori e leucemie - accanto o anche a prescindere dall'esposizione a uranio impoverito e nanoparticelle - possano celarsi i vaccini somministrati senza rispettare i protocolli e capaci di minare il sistema immunitario dei soldati.

Basti pensare al caso di Erasmo Savino, caporale maggiore di Nola morto esattamente tre anni fa per un tumore. Davanti alla penultima Commissione di inchiesta sull'uranio impoverito, qualche mese prima di morire, aveva denunciato di aver sviluppato la malattia a causa di un mix di vaccini fatti in poco tempo e della successiva esposizione all'uranio impoverito in Kosovo. La sua richiesta al Comitato di verifica però era stata respinta, e il ragazzo a 31 primavere si era spento senza risarcimento e senza vedersi riconosciuto vittima del dovere. Stesso destino di molti altri, come Andrea Rinaldelli, padre dell'alpino Francesco morto nel 2008 a 26 anni di tumore. Anche lui da anni sostiene che suo figlio si sia ammalato a causa di vaccini fatti senza anamnesi e totalmente inutili, ma per quattro volte la richiesta è stata respinta dal Comitato. Il caporale maggiore siciliano affetto da leucemia, come nei suddetti casi, si era visto negare in primo momento la causa di servizio a febbraio 2014. Insieme all'avvocato Delia si era rivolto a quel punto al Tar del Friuli Venezia Giulia, che aveva accolto il ricorso.

L'organo tecnico, spiegava il giudice amministrativo nella sentenza del novembre 2014, non ha chiarito «perché abbia ritenuto le vaccinazioni plurime e ravvicinate non causa o concausa della malattia, se abbia valutato l’incidenza dei due fattori (esposizione all’uranio impoverito e vaccinazioni) ove combinati, e perché - in caso positivo - li abbia ritenuti non concausa della malattia». Il soldato si è così rivolto nuovamente al Comitato che, in diversa composizione, ha capovolto il suo orientamento «alla luce della nuova documentazione pervenuta». Il parere l’anno scorso è stato acquisito dall'ennesima Commissione parlamentare di inchiesta sull'uranio impoverito che si accinge adesso a chiudere i lavori con un nulla di fatto.

riferimenti:




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