2.8.17

VACCINI: MATTARELLA HA FIRMATO LA LEGGE FUORILEGGE

di Gianni Lannes

Italia: dallo Stato di diritto al regime dittatoriale per conto terzi. Ecco la parabola discendente dell’ultima repubblichetta delle banane. L’inquilino pro tempore del Quirinale, nonostante la palese incostituzionalità del decreto legge 73 del 7 giugno 2017 (passato alla camera dei deputati con l’imposizione della fiducia governativa e senza apparente discussione critica), che impone 10 vaccini obbligatori e 4 facoltativi a neonati, bambini e adolescenti sani, ha avallato un atto illegale, insomma ha ratificato un crimine contro l’infanzia e l’adolescenza italiana. Un Parlamento di onorevoli illegittimi (secondo quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con il pronunciamento numero 1 nel 2014, però non può legiferare. Nel frattempo anche il presidente onorario della Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato, invita alla disobbedienza civile.

Comunque, in punta di diritto c’è speranza di demolire questa norma liberticida per carenza dei presupposti. Ecco un prezioso precedente giuridico. La sentenza della Corte Costituzionale, 23 maggio 2007, numero 171, con la quale la Consulta ha sancito l’incostituzionalità di un decreto legge per evidente mancanza dei presupposti di necessità ed urgenza, come nel caso della norma di rango minore presentata dalla Lorenzin (un ministro privo di competenze mediche e scientifiche), a cui era stata dettata il 29 settembre 2014 in quel di Washington. 

Si tratta di una presa di posizione netta a favore del rispetto delle regole costituzionali. In effetti, la sentenza 171 del 2007 ha sì sancito l’incostituzionalità di un decreto legge emanato in assenza delle  straordinarie circostanze di necessità ed urgenza previste dall’articolo 77, comma 2, della Costituzione, ma non si è limitata a tale aspetto: ha infatti preso in considerazione anche la legge di conversione, stabilendo che l’assenza dei presupposti de quibus si riverbera sulla relativa legge come vizio in procedendo e negando ad essa qualsiasi efficacia sanante. In tal modo la Corte ha esplicitamente contraddetto un suo precedente orientamento giurisprudenziale incline, invece, a considerare sanati dalla  legge di conversione gli eventuali vizi del decreto legge, prendendo posizione nettamente a favore della tesi della non sanabilità attraverso la legge di conversione.

La svolta è avvenuta con la precedente sentenza numero 29 del 1995 ove si è ammessa la possibilità di scrutinare il vizio dei presupposti del decreto-legge, quanto meno nei casi di “evidente mancanza”, anche dopo la conversione. L’idea portante è stata quella di negare l’efficacia “sanante” della conversione, sforzandosi invece di ricostruire il difetto della straordinaria necessità ed urgenza quale vizio formale, attinente al procedimento di conversione e come tale trasmissibile alla legge parlamentare. Tale impostazione è stata successivamente ribadita sia rispetto a decreti-legge ancora in corso di conversione (sentenza numero 161 del 1995 e numero 270 del 1996) sia rispetto a decreti-legge convertiti in legge (sentenza numero 330 del 1996), mentre è stata coerentemente esclusa rispetto a disposizioni aggiunte in sede di conversione (sentenza numero 391 del 1995) e rispetto a disposizioni di “sanatoria”, che si limitano a far salvi gli effetti di decreti non convertiti (sentenza numero 84 del 1996). Nella sentenza numero 398 del 1998, la censura per carenza dei presupposti viene esaminata pur trattandosi di decreti-legge convertiti.
L’inidoneità della legge di conversione a «sanare» un decreto che sia stato adottato in totale, palese assenza dei requisiti costituzionali” rappresenta un punto fermo della giurisprudenza costituzionale in tema di decretazione d’urgenza, cui la Corte non intende venire meno, riaffermandosi la possibilità del sindacato sui presupposti di necessità e urgenza del decreto-legge, esercitabile solo nei limiti dell’ “evidente mancanza”, anche dopo la conversione in legge (sentenza numero 341 del 2003; numero 6, 178, 196, 285 e 299 del 2004; numero 2, 62 e 272 del 2005).

L’impostazione classica del dettato costituzionale: il potere normativo spetta in via generale al Parlamento per cui il decreto-legge rappresenta una deroga. Ne discende che va valutata con rigore l’applicazione che il governo fa di questo suo potere. Non è infatti sufficiente il controllo inevitabilmente politico operato in sede di conversione dalle Camere, in quanto comunque va salvaguardata la legittimità della disciplina delle fonti, essendo tesa anche alla tutela dei valori e dei diritti fondamentali. «Sul punto la Corte ha affermato, nella sentenza numero 29 del 1995, il principio secondo cui il difetto dei requisiti del «caso straordinario di necessità e d’urgenza», una volta intervenuta la conversione, si traduce in un vizio in procedendo della relativa legge. Il suddetto principio è stato ribadito con la sentenza numero 341 del 2003, mentre con altre la Corte ha ritenuto di prescindere da tale questione perché era da escludere l’evidente carenza dei suindicati presupposti (sentenze numero 196 del 2004 e numero 178 del 2004).

Affermare che la legge di conversione sana in ogni caso i vizi del decreto significherebbe attribuire in concreto al legislatore ordinario il potere di alterare il riparto costituzionale delle competenze del Parlamento e del Governo quanto alla produzione delle fonti primarie.
Inoltre, se si ha riguardo al fatto che in una Repubblica parlamentare, quale quella italiana, il Governo deve godere della fiducia delle Camere e si considera che il decreto-legge comporta una sua particolare assunzione di responsabilità, si deve concludere che le disposizioni della legge di conversione in quanto tali – nei limiti, cioè, in cui non incidano in modo sostanziale sul contenuto normativo delle disposizioni del decreto, come nel caso in esame – non possono essere valutate, sotto il profilo della legittimità costituzionale, autonomamente da quelle del decreto stesso. Infatti, l’immediata efficacia di questo, che lo rende idoneo a produrre modificazioni anche irreversibili sia della realtà materiale, sia dell’ordinamento, mentre rende evidente la ragione dell’inciso della norma costituzionale che attribuisce al Governo la responsabilità dell’emanazione del decreto, condiziona nel contempo l’attività del Parlamento in sede di conversione in modo particolare rispetto alla ordinaria attività legislativa. Il Parlamento si trova a compiere le proprie valutazioni e a deliberare con riguardo ad una situazione modificata da norme poste da un organo cui di regola, quale titolare del potere esecutivo, non spetta emanare disposizioni aventi efficacia di legge.

Del resto, a conferma di ciò, si può notare che la legge di conversione è caratterizzata nel suo percorso parlamentare da una situazione tutta particolare, al punto che la presentazione del decreto per la conversione comporta che le Camere vengano convocate ancorché sciolte (art. 77, secondo comma, Cost.), e il suo percorso di formazione ha una disciplina diversa da quella che regola l’iter dei disegni di legge proposti dal Governo (art. 96-bis del regolamento della Camera e articolo 78, comma 4, di quello del Senato). Il testo di quest’ultimo è così formulato: « Se l’Assemblea si pronunzia per la non sussistenza dei presupposti richiesti dall’articolo 77, secondo comma, della Costituzione o dei requisiti stabiliti dalla legislazione vigente, il disegno di legge di conversione si intende respinto. Qualora tale deliberazione riguardi parti o singole disposizioni del decreto-legge o del disegno di legge di conversione, i suoi effetti operano limitatamente a quelle parti o disposizioni, che si intendono soppresse». Tutto ciò premesso, occorre verificare, alla stregua di indici intrinseci ed estrinseci alla disposizione impugnata, se risulti evidente o meno la carenza del requisito della straordinarietà del caso di necessità e d’urgenza di provvedere. Questa affermazione giustifica la modifica, ma non rende ragione dell’esistenza della necessità ed urgenza di intervenire sulla norma. Peraltro, in palese violazione del disposto dell’articolo 77 della Costituzione, il decreto legge è stato trasmesso al Senato l’8 giugno 2017, ovvero con un giorno di ritardo.

L’utilizzazione del decreto-legge - e l’assunzione di responsabilità che ne consegue per il Governo secondo l’articolo 77 Costituzione - non può essere sostenuta dall’apodittica enunciazione dell’esistenza delle ragioni di necessità e di urgenza, né può esaurirsi nella constatazione della ragionevolezza della disciplina che è stata introdotta. E come nel caso di De Lorenzo e Poggiolini c'è anche un danno erariale e di immagine provocato dal governo eterodiretto Gentiloni e dal ministro Lorenzin (inclusi tutti i collaboratori da Guerra in poi), che la Corte dei Conti dovrà al più presto valutare.


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