5.5.17

CICCIO E TORE: BAMBINI UCCISI DUE VOLTE




di Gianni Lannes


Li hanno ritrovati abbracciati e mummificati. Ammazzati prima dall’omertà, poi dai mass media (tv e carta stampata a caccia di sensazionalismo, non hanno alcun rispetto del dolore umano). Alla fine la beffa: nessuna giustizia terrena per Francesco e Salvatore, scomparsi il 5 giugno del 2006 a Gravina di Puglia. La Corte di Cassazione ha tombato  il caso, rigettando il ricorso del padre, Filippo Pappalardi, contro l’archiviazione delle indagini. Questi due bambini furono trovati casualmente venti mesi dopo la scomparsa, morti in una cisterna abbandonata nel centro del paese.  

L'avvocato Antonio La Scala, presidente nazionale dell’associazione Penelope sostiene a ragion veduta che «a convincere all’omertà alcuni ragazzi-testimoni siano stati proprio i rispettivi genitori, ubbidienti al rito diffusissimo che privilegia “il farsi i fatti propri” per evitare grattacapi e guai».
 
Il ricorso in Cassazione di Pappalardi era stato presentato nel 2015, dopo l’archiviazione delle indagini da parte del Tribunale per i minorenni di Bari. Il padre di Ciccio e Tore aveva chiesto di approfondire le dichiarazioni rese anni fa da un uomo di Gravina. Stando al suo racconto, la sera in cui i bambini scomparvero erano in compagnia di altri ragazzi. Pappalardi chiedeva che venissero riascoltati i giovani, all’epoca minorenni. La Corte suprema non ha ritenuto ci siano elementi nuovi che consentano di riaprire il caso. Sulla morte dei due bambini anche la Procura ordinaria aveva aperto un’indagine che portò addirittura all’arresto del padre, accusato di averli sequestrati e poi uccisi. Dopo il ritrovamento dei corpi il reato fu derubricato in abbandono di minore seguito da morte e il fascicolo, infine, archiviato. Per questa vicenda Pappalardi ha ottenuto nel settembre 2014 un ridicolo risarcimento per ingiusta detenzione, a seguito del gravissimo errore giudiziario commesso dall’allora procuratore capo di Bari, tale Emilio Marzano e le fuorvianti indagini giudiziarie della Polizia di Stato. 
 
Il 25 febbraio 2008 un ragazzino precipita in un pozzo di un casolare nel centro storico di Gravina di Puglia. Il salvataggio del fanciullo porta i vigili del fuoco a una terribile scoperta: sul fondo della cisterna ci sono i corpi mummificati di due bambini. Sono Francesco e Salvatore: la loro è una storia di ombre mai del tutto dissipate.

 La “casa delle cento stanze” è un enorme casolare in mattoni nel centro storico di Gravina di Puglia. Nell’Ottocento era la dimora agreste della famiglia Pellicciari, aristocratici di Modena poi discesi nel profondo Sud a 40 chilometri da Bari. Da decenni è un pericoloso fabbricato dall’accesso aperto a chiunque che versa in condizioni di semiabbandono dove si respira l’odore di muffa delle vecchie case. Lì, in via della Consolazione, tra segrete, pozzi e scalinate, spesso i ragazzini si divertono a nascondersi. Proprio lì, Michelino, 12 anni, precipita nel pozzo che conduce a una cisterna. Fa un volo di decine di metri e atterra sulla dura pietra, ma per fortuna sopravvive all’impatto. Sul posto accorrono i vigili del fuoco. Michelino è infreddolito e sotto choc, ma sta bene. Sul fondo del pozzo, però, c’è qualcosa: sono i corpi di due bambini. I resti appaiono mummificati per effetto delle condizioni climatiche particolari dell’ambiente. Si attende l'autopsia per l'identificazione, ma il giubbotto e le scarpette trovati accanto ai corpi raccontano già molto di quella storia. I graffi sulle pareti, tentativo disperato di scalare quella prigione, parlano di una fine terribile. Gli esami serviranno solo a confermare il sospetto che quei corpicini sono quelli di Francesco e Salvatore Pappalardi. Ma come è accaduto? Qualcuno ha fatto loro del male? Per rispondere a questa domanda bisogna tornare a un pomeriggio di giugno del 2006.

l'ultima immagine ripresa da una telecamera


Ciccio e Tore il pomeriggio del 5 giugno escono a giocare come fanno di solito. La sera, però, non tornano a casa: alle 23 e 50 il padre ne denuncia la scomparsa al vicino commissariato di Gravina.  

«Siamo arrivati alla conclusione che sono morti e, in base agli elementi che noi abbiamo, per mano del padre». A novembre 2007 il procuratore Marzano annuncia l’arresto di Filippo con l’accusa di sequestro di persona, duplice omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela e occultamento di cadavere. L’ipotesi è che i due fratellini abbiano disobbedito e che il padre abbia reagito con rabbia. Dietro la morte presunta dei fratellini gli inquirenti pensano che ci sia una punizione sfuggita di mano. L’autotrasportatore finisce in carcere e ci resta fino al 4 aprile 2008. L’autopsia conferma che non hanno subìto maltrattamenti: sono morti di stenti sul fondo del pozzo dove sono precipitati. Ciccio è morto per primo per l’emorragia causata dalla caduta. Tore è sopravvissuto al fratellino per diverse ore. È morto nel sonno per fame, freddo e per l’emorragia causata dalle ferite. Nessuno ha sentito le richieste di aiuto, nessuno ha udito le loro grida? Un fatto è certo: nessuno li ha cercati in quel rudere abbandonato. Il papà dei piccoli viene scagionato dalle accuse e l’inchiesta viene definitivamente archiviata nell’aprile 2016.  

Secondo Rosa Carlucci, la mamma di Ciccio e Tore, i sui figli erano in compagnia di altri 5 ragazzini che avrebbero nascosto quello che sapevano. I ragazzi si potevano salvare, secondo la madre, se gli amici avessero raccontato quello che sapevano. È questo il triste epilogo di una storia amara in cui la ricerca del colpevole ha preso spesso il sopravvento sulla ricerca dei due ragazzini scomparsi. Non sono morti per disgrazia, ma per colpa di chi aveva visto e sapeva ma è rimasto zitto per paura e omertà. Ciccio e Tore sarebbero ancora vivi se i cinque ragazzi che quella sera erano con loro nella cosiddetta “casa delle cento stanze” avessero denunciato subito quel che era accaduto e non fossero rimasti zitti per paura, ignoranza, omertà.

Un dato appare incontrovertibile: quella sera alcuni ragazzi erano con Ciccio e Tore nell’edificio diroccato. Dunque, hanno visto; e sapevano, ma sono rimasti zitti e muti. Perché nessuno ha dato l’allarme, come invece è accaduto quando la sera del 25 febbraio 2008 un altro bambino, Michelino D.M., precipitò nella stessa cisterna ma venne salvato dai vigili del fuoco grazie alla rapidità della segnalazione?  

Perché sono morti Ciccio e Tore? La loro mamma non ha dubbi: «I miei bambini furono costretti dagli altri della comitiva, più grandi di loro, a sottoporsi a una sorta di prova di coraggio, un assurdo test di sopravvivenza molto in voga da sempre a Gravina, che è un paese pieno di buchi e di pericolosissime cavità: il gioco consiste nel calarsi al buio il più possibile riuscendo poi a risalire da soli alla luce. Ciccio e Tore non hanno saputo sottrarsi alla rituale costrizione finendo intrappolati sul fondo della cisterna. Gli altri ragazzi, impauriti e temendo punizioni, hanno preferito restarsene zitti. Se avessero dato subito l’allarme, Ciccio e Tore sarebbero vivi: la loro agonia, è stato accertato dalle autopsie, è stata lentissima. A ucciderli sono stati freddo, fame, sete. E la disperazione di ritrovarsi laggiù al buio, dove gridare era inutile. A ucciderli è stato il silenzio dei loro amichetti».

Intorno all’edificio diroccato, intanto, la EdilArco, la società che anni fa acquistò l’immobile per trasformarlo in albergo, ha innalzato appena un po’ il muro di cinta e sistemato qualche rete di pseudo protezione. In realtà, nonostante la tragedia già consumata e un’altra evitata per miracolo, i bambini di Gravina possono continuare indisturbati a infilarsi fra quelle mura e divertirsi a fare gli esploratori nella “casa delle cento stanze”. E che importa se qualche altro giovanissimo rischia di finire ingoiato in quei buchi neri da cui non si torna.

Questa vicenda è segnata da un'ineffice ricerca dei due bambini e da clamorosi errori giudiziari: magistrati e poliziotti però non sono finiti sotto processo, così come l'amministrazione comunale ancora oggi non ha provveduto a chiudere l'accesso ai ruderi del palazzo diroccato.

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