6.11.16

LA MONTAGNA DEL SOLE!

 Gargano - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


di Gianni Lannes



In alto dalle parti della grotta di San Michele le pecore calavano in silenzio, la massa bianco sporco rotolava sul pendio, e pareva una slavina giù dal monte dell’angelo. A dicembre era caduta tanta neve, e in mezzo alla montagna del sole il gregge si trascinava verso la candida Mattinata per ripararsi dal freddo e dal vento insidioso. Gli animali rotolavano nel soffice tappeto farinoso che copriva tutte le valli, dal mare ruggente su fino alle colline più aspre. Cani, pastori, pelame lanoso nuotavano affamati verso valle; era una massa liquida e silente. Tutto lì taceva. Fu allora che un suono modulato si sentì fluire dalla terra. Era più di un richiamo pastorale lanciato con maestria da qualcuno; piuttosto, era una cosa antica e senza tempo, che risvegliava le persone, ed era ovunque e in nessun luogo. A udirlo nel silenzio più assoluto il gregge si fermò senza bisogno di un richiamo, e anche i cani ammutolirono e poi latrarono lanciando un eco risonante. Era la voce del luogo che tuonava, quella che avevano udito gli esseri viventi, un canto dimenticato nel silenzio transumante. Svegliato dal richiamo tra i pini d’Aleppo cantava il Gargano all’unisono sotto la neve del generale inverno.
 
Su questa terra sono approdato, isola nell’isola di pietra, alberi, pascoli, acque sotterranee. Nella mia sete di luoghi perduti mi basta per dire che lo sperone d’Italia ha una voce magnifica; e se qualcuno mi chiede che cosa ho visto in questa terra selvaggia, battuta dal maestrale e dallo scirocco, rispondo che mi chiedano piuttosto cosa ho sentito nel mio transumare. A chi domanda immagini a colori rispondo che l’udito è importante perché raggiunge l’anima profonda, e afferra l’indicibile. Così si rianima il concavo polmone della terra, che solo il vento sa far sibilare. Vecchio Gargano nonostante le ferite che ti hanno inferto negli ultimi tempi del disamore corrente, per tentare di strappare le tue radici ctonie, qualcuno ti ha ascoltato con amore, tra la gente e nelle lande più solitarie. Microcosmi così, suonano da sempre in natura e fanno piangere di meraviglia. Il Gargano non è una cartolina turistica, né tantomeno una discarica industriale o bellica.


Viaggio e racconto in arabo antico risultano parole quasi identiche. E così la musica come il racconto discende da silenzi, meditazioni e solitudini: è figlia del cammino e di chilometri macinati con il passo del pastore. Nella mia esistenza di peregrinazioni ho sentito cantar la voce antica di Gaia, dal mar Glaciale Artico al mar Nero, su fino ai monti naviganti di Dalmazia. Nel Gargano Oriente e Occidente, da sempre, si incontrano e si fondono anche nella musica, soprattutto nella cultura e nella geologia. Che singolare combinazione, quando il mare è mezzo di comunicazione tra popoli lontani. Ho trovato le identiche melodie - oggi dimenticate dalle moltitudini distratte - risalenti a mezzo millennio fa, cantate proprio nei Balcani, in Veneto e nel Gargano.
Se frugo nella memoria risento spesso nel silenzio lo sciabordio degli scogli di Vieste. Riascolto in una gola quasi messicana lo scatarrare verso Sannicandro del treno che s’avvita sulla coppa dell’Ingarano. Come dimenticare i canti popolari del Venerdì Santo a Vico, in quell’idioma ruvido impastato di remota Illiria, o la musicalità della lingua peschiciana. 

Rivedo sempre il soffice planare delle dune verso Lesina e Varano. Una litania ininterrotta: Cagnano l’anarchica, Carpino terrigna, Ischitella patria della libertà civile di Giannone. Ad ovest scivola il profumo di buon legno a San Marco in Lamis inerpicandosi per la via francigena. E quando si approda a San Giovanni Rotondo le stimmate di padre Pio orientano il cammino, nonostante le speculazioni in gran voga. A Peschici la lingua è melodia che intona il Grecale nella voce delle anime autoctone. A Rodi sono le zagare a rapire l’olfatto del viaggiatore curioso. E ancora mi ricordo molto bene gli amici dell’infanzia, quando giocavamo agli archeologi, esplorando un mondo sconosciuto, poi quasi perduto. Penso alle emozioni senza fine, alle malinconie, ai visi, alle interminabili partite di pallone, al fluire della linfa vitale. Impossibile dimenticare le prime immersioni subacquee nel grande blu, a dieci primavere. A Manfredonia traversano e scorrono sulla tavolozza liquida i pescherecci che sbarcano quando la città è ancora addormentata verso l’alba, proprio così come quando ero bambino. Guardate, lì sul cucuzzolo di Rignano, dall’alto di strapiombi, proprio dirimpetto si affacciano i monti Dauni, dove fa tappa l’arcigna risalita d’Appennino.

La musica è taumaturgica e accomuna gli umani. Lo squillo che parte da questo cammino vorrei che suonasse la riscossa all’Italia, desse la sveglia ai partigiani assopiti negli anfratti del Belpaese, in ogni città, in borgo dimenticato dallo Stato (ormai nemico certificato), e soprattutto indicasse una strada a italiane e italiani.


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1 commento:

  1. Come sempre, non posso fare a meno di notare quanto in Lei sia profondo l'amore per la sua terra profanata dal venefico marchio a stelle e strisce.

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