3.11.16

DI VITTORIO: TRADITO DALLA CGIL E DAL PARTITO DEMOCRATICO!

Peppino Di Vittorio a Cerignola!
 di Gianni Lannes

In Italia è tornato lo schiavismo, senza tanto clamore. Basta fare un giro nel belpaese per rendersene conto. Addirittura nel Mezzogiorno, va anche peggio. Allora di quale progresso blaterano le autorità, gli accademici e i soloni adulterati della sinistra?

A 59 anni dalla sua scomparsa, a parte alcune retoriche celebrazioni, se fosse vivo Peppino Di Vittorio che cosa penserebbe dei cialtroni che da noi hanno annichilito lo Stato di diritto e calpestato la democrazia? L’ex bracciante di Cerignola per tutta la sua vita, soprattutto in esilio in Francia, avendo pur scontato il carcere fascista a Lucera, aveva lottato per fare dei lavoratori i protagonisti della storia del Novecento. Invece, mai il lavoro è stato così supersfruttato come adesso, e mai come ora la disoccupazione è a livelli da primato del mondo. Di Vittorio fu in prima linea durante la guerra di Spagna, e condannò, a differenza di Giorgio Napolitano, i carri armati di Stalin che il 4 novembre del 1956 invasero l'Ungheria. 
 
Nel secondo dopoguerra non operò soltanto per la ricostruzione economica, ma soprattutto etica e civile. La sua parola ancora oggi ha una valenza universale. Nei suoi messaggi apparsi sulle pagine del giornale “La Voce degli Italiani”, da lui fondato e diretto in Francia tra il 1937 ed il 1939, egli denunciò non solo le scelte guerrafondaie e razziste del fascismo e del nazismo, ma anche la grave crisi delle fabbriche e delle campagne d’Italia, occultata dalla retorica imperante del regime mussoliniano.

«Noi dobbiamo guardare più lontano. Attraverso questo lavoro dobbiamo giungere a modificare profondamente i mali, le condizioni sociali, civili, morali e umane di tutti i lavoratori italiani; dobbiamo distruggere la miseria, l’ignoranza, l’analfabetismo, la sporcizia; vogliamo che i lavoratori assurgano ad una più elevata dignità. Non vi può essere progresso della Nazione se non vi è progresso delle masse lavoratrici. Perciò non vi può essere progresso se permane l’ignoranza, se una gran massa di lavoratori è assillata dalla miseria, dal bisogno».
Nel suo primo intervento alla Costituente (terza sottocommissione) egli affermò:
«La Costituzione non è una legge che serve a soddisfare soltanto le esigenze immediate, ma segna invece una tappa che si proietta nell’avvenire e indica una prospettiva politica e storica di tutta la Nazione».

Com’è andata a finire? Nel 2007 Romano Prodi e Massimo D’Alema, pur senza un mandato parlamentare, hanno sottoscritto in Portogallo, il famigerato trattato di Lisbona, che in punta di diritto straccia appunto la Carta Costituzionale. Ecco perché oggi l’ineletto Renzi manda in onda la farsa del referendum e la finta opposizione si oppone a chiacchiere fritte. Insomma, il solito teatrino all’italiana, mentre l’Italia agonizza con rassegnazione.

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