3.9.16

ITALIA IN GUERRA: PAGANO GLI ITALIDIOTI!





di Gianni Lannes

A conti fatti, secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) le spese belliche dell’Italia ammontano attualmente a 30 miliardi di euro annui. Nel frattempo sono stati ridotti al lumicino i fondi pubblici per scuola, istruzione, cultura e salvaguardia del territorio. In barba agli starnazzamenti del ministro Pinotti, la spesa militare italiana aumenta sempre più, mentre gli Stati Uniti d'America usano l'Italia - grazie al beneplacito di Matterella & Renzi - come un deposito di ordigni nucleari (in violazione del TNP), nonché alla stregua di una portaerei per fare la guerra a mezzo mondo.

Dall’ultimo Documento programmatico pluriennale della Difesa (Dpp 2015-2017), risulta che le forze armate italiane - carabinieri esclusi - ci costeranno anche quest’anno più di 17 miliardi di euro, di cui ben 4,7 miliardi per l’acquisto di aerei e navi da guerra, carri armati, missili e fucili. Senza contare le voci fuori bilancio e quelle mimetizzate nei provvedimenti governativi dell’ineletto Renzi. Per giunta questo esecutivo illegittimo (pronunciamento corte costituzionale 1/2014) eterodiretto dall’estero con un provvedimento palesemente incostituzionale ha fatto inserire nella bolletta elettrica il canone tv. Insomma, un ladrocino legalizzato”.



Per ampliare l’arsenale bellico nazionale e consentire di partecipare alle finte “missioni di pace” imposte da Washington (alla voce Libia), il governo Renzi programma di spendere almeno 13 miliardi in tre anni. La spesa militare giornaliera già oltrepassa gli 80 milioni di euro, 20 dei quali destinati alle sperimentazioni climatiche della NATO (irrorazioni di scie belliche sul territorio).


Allo stesso tempo, secondo l’ultima relazione governativa (anno 2015) è triplicata in solo anno la vendita di armi italiane, sostenuto dalle banche. Il mercato tricolore è particolarmente fiorente nei paesi in guerra o dove imperversano le dittature. Oltretutto mentre spunta banca Etruria scema la trasparenza istituzionale. 


Il valore complessivo degli armamenti venduti supera gli 8 miliardi di euro nelle esportazioni: il 186 per cento in più rispetto al 2014.  
L’anno scorso, infatti, il valore globale delle licenze di esportazione definitiva ha raggiunto gli 8.247.087.068 euro rispetto ai 2.884.007.752 del 2014. Un boom senza precedenti.

I dati sono contenuti nella Relazione sulle operazioni autorizzate di controllo materiale di armamento 2015, consegnata il 18 aprile scorso dal sottosegretario di stato alla presidenza del consiglio dei ministri a Camera e Senato.
A beneficiarne le aziende del settore, con Alenia Aermacchi, Agusta Westland, Ge Avio, Selex ES, Elettronica, Oto Melara, Intermarine, Piaggio Aero Industries ai primi posti della classifica come valore contrattuale delle operazioni autorizzate. La maggior parte di queste aziende, come sempre, è di proprietà o è partecipata dal gruppo ex Finmeccanica, oggi Leonardo.
Nordafrica e Medio Oriente hanno raggiunto l’11,8%. Tra i primi dieci paesi senza democrazia troviamo, come nel 2014, gli Emirati arabi uniti - che hanno ricevuto materiale bellico per 304 milioni di euro, in linea con l’anno precedente - e l’Arabia Saudita (dai 163 milioni a 258). Due nazioni alla guida della coalizione arabo-africana in conflitto nel vicino Yemen. A dimostrazione che i divieti imposti dalla legge 185 del 1990 (non vendere armi a paesi in guerra) nella realtà sono carta straccia. Anche la Turchia ha più che raddoppiato gli investimenti in armi italiane: 128,7 milioni a fronte dei 52,4 del 2014.

Che fare? Dare vita ad una nuova Costituente, licenziare gli abusivi che occupano il governo, sciogliere le Camere. E tanto per cominciare: uno sciopero generale ad oltranza, unito all'obiezione fiscale motivata da tasse inique e fuorilegge.


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