13.8.16

ITALIA: UN MARE DI TRIVELLE ESPLOSIVE







di Gianni Lannes


Siete sotto l'ombrellone oppure sempre accucciati a prendere la tintarella in riva al mare? Attenzione. Le mire dei petrolieri, a partire dai Moratti (Saras) - padroni dell’Inter - non hanno confini e si accingono a saccheggiare anche la Sardegna, grazie alla complicità dell’ineletto Renzi, che vende per conto terzi, agli stranieri, il mare nostrum alla strabiliante cifra di 5,19 euro al chilometro quadrato.

Esplosioni continue. Un’ignota ditta norvegese che già nel 2001 aveva segretamente realizzato i suoi porci comodi affaristici da noi, ha chiesto in concessione circa 20 mila chilometri quadrati per stanare il petrolio con il distruttivo sistema dell’air gun, fino a lambire il santuario dei cetacei, dinanzi alle coste di Stintino, Alghero, Porto Palmas. Le trivelle al tramonto sono fantastiche e il luccichio del greggio sull'acqua è tanto romantico. La Sardegna ha un bel mare, ma il tocco degli airgun sott'acqua è pazzesco. Ne sanno qualcosa capodogli, delfini, balene e tartarughe marine.

Questo è il futuro che vuole darci il governo tricolore eterodiretto dall’estero: lo sfruttamento di fonti luride e obsolete come il petrolio, anche nei nostri mari è diventato il fulcro della strategia energetica nostrana. Si tratta di una scelta antidiluviana che arricchisce le tasche dei petrolieri, senza nemmeno soddisfare il fabbisogno energetico del belpaese. Secondo stime ufficiali del cosiddetto ministero dello sviluppo economico, le riserve certe di petrolio sotto i nostri fondali equivalgono a meno di 2 mesi dei consumi nazionali, mentre quelle di gas a circa 6 mesi. Con lo “Sblocca Italia” il governo fantoccio semplifica le procedure autorizzative e accentra i poteri, esautorando i governi locali.

Nelle ultime settimane sono stati autorizzati nuovi pozzi di ricerca e produzione, sia nel Canale di Sicilia che in Adriatico; e nuove aree sono state concesse per la ricerca di greggio e gas. Ma questa strategia avrà ricadute occupazionali ed entrate fiscali modestissime, danneggiando inoltre turismo e pesca sostenibile. La petrolizzazione del mare è una strada a senso unico: non si torna indietro. E un incidente come quello del Golfo del Messico è sempre possibile. Lo è ancor più in Italia, dove il rischio di uno sversamento grave non è neppure contemplato nelle valutazioni di impatto ambientale!
All’arrembaggio dell’isola. Non bastavano i poligoni militari permanenti e il deposito bellico di scorie radioattive. In totale: quindici richieste di permessi, tra dormienti, concessi o in attesa della pronuncia degli enti preposti alle autorizzazioni. Su terraferma e a largo delle coste, per una superficie totale di oltre 21.000 chilometri quadrati tra mare e terra (al netto dei permessi che condividono le stesse aree d’intervento). In pratica, in Sardegna, la superfice potenzialmente interessata dalle trivellazioni è di poco inferiore a quella dell’intera isola.

A fare manbassa è l’area perimetrata dalla società norvegese Tgs Nopec che ha chiesto al Ministero dell’Ambiente di utilizzare i cannoni airgun per rilevare la presenza di giacimenti di idrocarburi sottomarini su 20 mila chilometri quadrati di fondali sottomarini del mar di Sardegna. L’obiettivo è vendere i dati alle società dell’oil&gas attrezzate per l’estrazione. L’intervento della Tgs Nopec è in relazione al trattato che ha modificato segretamente, ovvero all’insaputa del popolo italiano, i confini marittimi tra Italia e Francia, che ha di recente le trivellazioni off-shore. L’articolo 4 dell’accordo prevede infatti lo sfruttamento congiunto dei giacimenti situati a cavallo dei confini marittimi dei due paesi. Dopo aver battuto il lato francese, la Tgs Nopec oggi vuole effettuare ricerche sul versante italiano, proprio a ridosso dei confini tra i due Stati. Invece sulla terraferma di questa antica isola, i piani di ricerca per idrocarburi sono tutti targati Saras. C’è il noto permesso Eleonora che si estende su una superficie di 443 kmq nei territori di Oristano, Nurachi, Palmas Arborea, Arborea, Terralba, Marrubbiu, Terralba, Santa Giusta, Siamaggiore, Cabras e Riola Sardo. In questa fase, il comune più interessato è quello di Arborea: qui la Saras vorrebbe realizzare il pozzo esplorativo.  

La Saras è detentrice anchedel permesso di ricerca per idrocarburi liquidi e gassosi Igia alle porte di Cagliari. In tutto 121 chilometri quadrati tra Elmas, Assemini, Decimomannu, Sestu, San Sperate, Monastir, Nuraminis, Serrenti, Uta fino a Serrenti, San Gavino, Sanluri, Sardara, transitando per Samassi e Serramanna. In pratica, mezzo Campidano. Sulla stessa area la Saras ha chiesto e ottenuto un permesso per lo sfruttamento di risorse geotermiche. Effettuate le ricerche, la prossima fase, come avvenuto ad Arborea, potrebbe essere la richiesta dell’autorizzazione a realizzare un pozzo esplorativo. Ma più di tutto fanno gola le risorse geotermiche, ossia le sacche d’acqua bollente custodite dal sottosuolo che diverse società vorrebbero sfruttare per la realizzazione di centrali elettriche. Naturalmente, previa trivellazione, inquinamento e induzione di terremoti. Si va dal Campidano all’Anglona, passando per il Montiferru e la Planargia. Oltre al permesso Igia, infatti, c’è Villacidro, Samassi, Serramanna, Villasor, Vallermosa, Decimoputzu, Decimomannu, Siliqua e Villaspeciosa.  Tre richieste della Tosco Geo presentate nel 2013 sono state accolte nel 2015 dalla Regione. Si tratta dei permessi Guspini, San Gavino e Sardara: in tutto 13 comuni coinvolti per una superficie complessiva di quasi 250 chilometri quadrati. Non va meglio in Anglona e Gallura: circa 15 comuni interessati dai permessi richiesti dalla Geonergy per un totale di quasi 600 chilometri quadrati tra i permessi Martis e Sedini. Tutte queste imprese hanno in comune l’appartenenza alla neonata Rete geotermica del gioielliere aretino Gianni Gori, di cui fanno parte anche la Sorgenia di Carlo De Benedetti (italiano con residenza in Svizzera, appena condannato a più di 5 anni di reclusione) e la Exergy del gruppo Maccaferri.
Non è tutto. Risale al 9 luglio 2015 la richiesta di effettuare perforazioni fino a 1500 metri di profondità nel Sulcis, presentata dalla Sotacarbo all’assessorato all’Ambiente. Non si tratta, però, di estrarre carbone, ma di “acquisire informazioni sulle caratteristiche delle formazioni geologiche per un eventuale confinamento di anidride carbonica nel sottosuolo”, si legge nel progetto della società partecipata da Regione ed Enea. Per questo sono previste anche iniezioni-prova di C02 nel sottosuolo.  
 
L’estrazione di idrocarburi è un’attività inquinante, con un impatto rilevante sull’ambiente e sull’ecosistema marino. Anche le fasi di ricerca che utilizzano la tecnica dell’airgun (esplosioni di aria compressa), hanno effetti devastanti per l’habitat e la fauna marina. In un sistema chiuso come il mar Mediterraneo un eventuale incidente sarebbe disastroso e l’intervento umano pressoché inutile. Trivellare il nostro mare è un affare per i soli petrolieri, che in Italia trovano le condizioni economiche tra le più vantaggiose al mondo. Il “petrolio” degli italiani è ben altro: bellezza, turismo, pesca, produzioni alimentari di qualità, biodiversità, innovazione industriale ed energie alternative.
 

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