21.8.16

IL GRANDE FRATELLO




di Gianni Lannes

1984 è un romanzo pubblicato nel 1949, o meglio è una rappresentazione profetica della sopraffazione totalitaria sull’individuo e della completa distruzione di ogni autonomia dell’essere umano. In sostanza, quello che viviamo adesso su scala mondiale.

Il volume l’ha scritto un autore scomodo, Eric Arthur Blair (nato in India nel 1903, ma di origini scozzesi), meglio noto come George Orwell, morto a soli 47 anni. Un uomo d'altri tempi: combattente per la libertà, saggista e romanziere. Un essere umano per cui nutro rispetto ed ammirazione.

Questo libro è di cogente attualità. E’ il grande fratello che tutto vede e tutto sa. I suoi occhi sono le telecamere che spiano di continuo nella case e nelle cose, anzi nelle persone; il suo braccio è la psicopolizia che interviene al minimo sospetto.

Tutto è permesso tranne pensare con la propria testa, tranne amare se non per riprodursi, tranne divertirsi se non con i programmi televisivi di propaganda. La tecnologia è il mezzo fondamentale di controllo sociale, che serve anche alla persecuzione degli oppositori politici (veri) mediante la strumentalizzazione dei mass media.
 
La realtà descritta da Orwell è la somma di tutte quelle tendenze negative che egli vide già nel suo tempo. Per lo scrittore il futuro è già presente, nel momento in cui egli scrive il processo di degenerazione sociale innescato dal capitalismo è già avviato, la massificazione ha iniziato a corrodere il destino individuale e collettivo. Non un futuro remoto, bensì addirittura un anno del suo stesso secolo breve.

La sua denuncia degli opposti totalitarismi lo vide inviso alla destra come alla sinistra. Orwell non era mai stato comunista. Fu nell’andare a combattere in Spagna contro i fascisti e in difesa della repubblica che lo trasformò in uno scrittore socialista. In quell’occasione difese soprattutto gli anarchici arrestati in massa ed assassinati dagli stalinisti. E denunciò le esecuzioni sommarie ordinate da Stalin, nonché le successive purghe, taciute in Italia dal criminale Palmiro Togliatti, che censurò addirittura gli scritti di Antonio Gramsci e favorì dal suo posto al Komintern, l'eliminazione di un migliaio di italiani esuli in Russia.

L’opera che particolarmente amo di lui è Omaggio alla Catalogna - edito nel 1938 - su cui il regista Ken Loach ha basato il film Terra e libertà. Oltre che un diario di trincea, è la storia di una rivoluzione tradita, sacrificata alle direttive della politica staliniana. Da allora in poi, come dirà nel saggio Why I Write (1946), ogni riga di Orwell sarà spesa contro il totalitarismo, quello che era andato a combattere e ciò che aveva inaspettatamente incontrato.

Nel 1945 uscì dopo vari rifiuti editoriali il memorabile La fattoria degli animali, scritto tra il 1943 e il 1944. Qui si trovano le sue idee politiche di fondo: l’elogio della rivoluzione, l’odio per coloro che si fanno corrompere dal potere e tradiscono la rivoluzione, e una passione per l’uguaglianza mista a un amore straordinario per la libertà.

L’inesauribile vena polemica che nei saggi negli articoli fece di Orwell un implacabile critico, gli costarono letterariamente e politicamente l’isolamento, e numerose vicissitudini editoriali. Orwell mi è caro anche perché non ebbe una vita facile. Il suo primo libro pubblicato fu Down and Out in Paris and London (uscito nel 1933), narra proprio il suo periodo randagio.

I motivi orwelliani, oltre al totalitarismo, sono la perdita di memoria storica indotta dai mezzi di “informazione”, la corruzione del linguaggio, l’annullamento dell’identità individuale, convogliata in una raggelante descrizione di società del futuro.

L’ansia per la verità, l’imparzialità di giudizio e l’onestà intellettuale imprimono un carattere di denuncia alla sua opera.

Nel suo saggio La libertà di stampa (1945) egli scrive: «libertà significa il diritto di dire alla gente quello che la gente non vuol sentire».

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