15.7.16

STATO D'EMERGENZA: SOSPESA LA LIBERTA' IN FRANCIA!





di Gianni Lannes

Et voilà! Dopo aver fabbricato l'ennesimo attentato costato la vita ad 84 persone (tra cui 10 bambini) con 202 feriti (tra cui 50 in gravi condizioni), l'Eliseo fa scattare una sospensione annunciata della democrazia nella République. Così il fantoccio telecomandato Hollande, proroga lo stato d'emergenza per altri 3 mesi, ma in sostanza a tempo indeterminato. Si tratta di grandi prove che, se necessarie, verranno replicate in gran parte del vecchio continente. Il caso francese è precursore ma al contempo laboratorio sperimentale di nuove misure repressive. Tranquilli: in Italia la libertà è stata annientata da un bel pezzo. 


Secondo la legge francese, lo stato di emergenza può essere dichiarato dal consiglio dei ministri per decreto e andava applicato solo per 12 giorni in tutto o in parte del territorio metropolitano o dei dipartimenti d’oltremare, nei casi di pericolo imminente risultanti da gravi problemi di ordine pubblico, o nel caso di calamità, epidemie o eventi di eccezionale rilevanza e gravità. Ma una settimana dopo gli attentati del novembre scorso l’assemblea nazionale francese ha approvato il disegno di legge del governo per la possibile proroga dello stato d’emergenza per periodi di tre mesi. E così è puntualmente avvenuto.  

Inoltre, è già stata in parte discussa in parlamento la modifica delle previsioni relative allo stato di emergenza nella costituzione, per aggravarne la portata soprattutto per quanto riguarda la durata, visto che la nuova normativa dovrebbe allungarne l’applicazione a periodi di sei mesi.

Lo stato di emergenza prevede il trasferimento di una serie di poteri repressivi alle autorità amministrative, senza alcun intervento dei giudici penali. Il ministro dell’interno e i prefetti possono quindi decidere, a carico di singoli, il ritiro del passaporto, la restrizione della libertà di circolazione, fermi di polizia fino a sei giorni (quando normalmente non avrebbero potuto durare più di due), arresti domiciliari, obbligo di permanenza nel proprio domicilio per dodici ore al giorno, perquisizioni, obbligo di firma per tre volte al giorno presso commissariati di polizia e l’acquisizione coattiva di dati informatici. A carico di collettività, le autorità amministrative possono decidere divieti di assemblea, di manifestazioni pubbliche e lo scioglimento autoritativo di organizzazioni. Per gestire l’ordine pubblico, è prevista la determinazione di zone interdette alla circolazione, la possibile indizione del coprifuoco, la chiusura di strade, scuole e luoghi pubblici.
  
Un altro aspetto importante che riguarda lo stato di emergenza, è la sua natura preventiva: se prima era necessaria una prova giuridica che l’attività considerata criminale fossero state effettivamente svolte, ora invece ciò che si punisce è il comportamento generale delle persone, qualora venga considerato sospetto.

Anche i ricorsi contro i provvedimenti amministrativi dei prefetti e del ministero degli interni (peraltro interdetti nel caso di perquisizioni) sono vagliati dal giudice amministrativo, non da autorità giurisdizionali penali e dunque la loro legittimità dipende da generiche esigenze di sicurezza, non dall’eventuale commissione o meno di reati. Gli accertamenti svolti dalle autorità per individuare le persone sospette sono secretati – spesso si tratta di veline dei servizi segreti – privando gli avvocati dell’accesso ad eventuali atti di indagine, come intercettazioni od altro, che possono essere svolti al di fuori di ogni controllo giurisdizionale.D’altronde, che lo stato d’emergenza significasse repressione verso ogni forma di opposizione e antagonismo politico e sociale, è stato chiaro fin dalle cariche e gli arresti per piegare le mobilitazioni contro il forum imperialista sull’emergenza climatica, tenutosi a Parigi tra il 30 novembre e l’11 dicembre 2015.

La lotta al “terrorismo” si conferma dunque come strumento per autorizzare ogni tipo di deriva autoritaria, creando ulteriori divisioni e paure tra la popolazione e alimentandone la mobilitazione reazionaria in senso principalmente xenofobo e islamofobo, ma anche rispetto al consenso alle politiche di guerra imperialista sul fronte esterno e di compattamento forzato della società sul fronte interno, attraverso il tentativo di ripulirne le componenti ribelli o semplicemente non allineate. 

Lo stato di emergenza in Francia ha le sue origini intrecciate con il colonialismo ed è stato usato per ben tre volte. Viene introdotto nell’ordinamento giuridico francese il 3 aprile 1955 durante la guerra di Algeria, conflitto che la Francia non ha mai voluto riconoscere come tale, definendolo, come fanno tuttora gli imperialisti con le loro guerre, come “operazione di lotta al terrorismo”. L’approvazione della legge rispondeva all’esigenza di instaurare uno stato d’eccezione senza dover decretare lo stato d’assedio che appariva, nel contesto della situazione  di guerra coloniale, “politicamente inopportuno”: implicava, infatti, riconoscere un’organizzazione militare alla Resistenza Algerina e, di conseguenza, ammettere che il paese arabo fosse un territorio di guerra distaccato dalla Francia, laddove invece il governo francese voleva rinsaldare la continuità amministrativa con il territorio metropolitano.

La legge del 1955 faceva, dunque, uscire da questo stallo politico iscrivendo un nuovo stato d’eccezione nel diritto francese che fosse applicabile a qualsiasi porzione del territorio nazionale. In questo modo era possibile aggirare qualsiasi riferimento alla condizione contingente dell’Algeria, sebbene la sua prima applicazione riguardò esclusivamente il territorio algerino.

Solo tre anni più tardi però, nel maggio 1958, lo stato d’emergenza fu applicato, per due settimane, in quello metropolitano a seguito del colpo di stato nel paese nordafricano; un fatto che mostrava quanto la questione algerina avesse investito il cuore politico stesso del paese. Sarà dunque Charles De Gaulle, primo presidente della Quinta Repubblica, a voler riformare nel 1960 le procedure di applicazione della legge del 1955, mantenendo però fra i due dispositivi giuridici una differenza fondamentale: lo stato d’emergenza, al contrario di quello di assedio, accorda poteri straordinari all’esecutivo e non all’esercito.

La seconda volta viene applicato durante l’insurrezione indipendentista in Nuova Caledonia (una colonia francese a sud delle coste australiane) e la terza volta venne applicato nel 2005 durante le rivolte nei quartieri proletari a Parigi e in altre città.

Oggi, di fronte al nuovo scenario di tendenza alla guerra imperialista, del riflesso che questa comporta sul fronte interno, del suo rimbalzo in casa, con la minaccia del “terrorismo” internazionale, per la cricca di Hollande si è aperta l’occasione e la necessità storica di rimodellare e riattualizzare questo arnese arrugginito della politica repressiva e reazionaria francese.

Oggigiorno la Francia si può considerare un laboratorio di sperimentazione perché tutto ciò che si sta attuando nel paese d’oltralpe diventa poi patrimonio comune degli altri paesi europei, nel tentativo di omologare e coordinare i diversi apparati repressivi. Lo stato di emergenza è paragonabile a uno stato di controllo, rappresenta la tendenza a orientarsi verso il cosiddetto “security state”. Questo raffigura una necessaria cornice alla situazione attuale, caratterizzata dalla grave crisi economica, dalla conseguente ristrutturazione economico-sociale e dalla ferocia delle controriforme antiproletarie portate avanti dagli esecutivi dei diversi paesi. Morto il “welfare state” che per decenni aveva rappresentato la generale strategia di controrivoluzione preventiva in Europa – per integrare le masse popolari nell’egemonia del grande capitale – si passa ad un modello di “security state” dove prevale la dimensione poliziesca e militare dell’ordine interno e la paranoia securitaria è funzionale a trovare consenso allo Stato nella popolazione. Viene così giustificata la stretta sulle libertà individuali e collettive e rispetto agli spazi di agibilità politica extraistituzionale, proprio mentre le potenze europee e gli Usa conducono interventi politici e militari in tutto il mondo, paradossalmente in nome dell’esportazione della “libertà e democrazia”.

La repressione è la dimensione nella quale avanza il cosiddetto spazio giuridico europeo. La dimostrazione più lampante proviene dalle politiche europee in materia di immigrazione, rispetto alle quali la chiusura delle frontiere da parte dei paesi dell’est sta imponendosi a livello comunitario, così come vengono ampliati gli ambiti di intervento dell’agenzia Frontex, di sorveglianza dei confini esterni dell’Ue, e le misure di detenzione amministrativa, con l’istituzione dei cosiddetti hotspot riservati ai richiedenti asilo. All’interno di tali strutture è previsto che operino non solo le forze di polizia locali, ma la stessa Frontex, che condurrà le espulsioni, l’agenzia European Asylum Support Office (Easo), che gestirà le richieste di asilo, e Europol e Eurojust che gestiranno indagini e sicurezza. Ora, sotto a chi tocca dopo Parigi.

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