4.6.16

STRAGI NAZISTE IN ITALIA: IMPUNITE IN GERMANIA!





 di Gianni Lannes

Mai dimenticare. Se non giustizia almeno verità. Agli sgoccioli della seconda guerra mondiale, più di 15 mila civili italiani furono massacrati dai soldati tedeschi e dai loro complici italiani, fascisti poi riciclati ed impuniti nell'apparato dello Stato repubblicano e della pubblica amministrazione, anche per volontà dello stalinista Palmiro Togliatti (gia traditore di Antonio Gramsci). Per la cronaca documentata: il sistema delle foibe in Istria fu inventato dai criminali fascisti nostrani, e poi adottato dai criminali comunisti jugolavi.

Le stime avanzate da Gerhard Schreiber contano 6.800 militari italiani assassinati nel settembre-ottobre 1943 tra Balcani, Grecia ed Egeo; 22.720 partigiani “uccisi spesso nel disprezzo delle disposizioni internazionali” e 9.180 civili sterminati. Inoltre, ben 710 mila militari italiani furono internati nei lager in Germania.

Rionero

A Monte Sole, sull'Appennino bolognese,  fra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 ci furono una retata e l'assassinio sistematico di 770 tra bambini, donne e uomini. Uno dei responsabili tedeschi dell’eccidio recentemente ha ricevuto in Germania una medaglia al valor civile.

Il 13 gennaio del 1960, con un atto «illegittimo e illegale», il procuratore generale militare Enrico Santacroce mise su molti di quei fascicoli il timbro: «Archiviazione provvisoria». Nel 1999 il Consiglio della magistratura militare, e nel 2001 la II Commissione Giustizia della Camera dei deputati, spiegarono l' occultamento dei documenti con presumibili - pressioni politiche per impedire qualsiasi azione giudiziaria contro i responsabili tedeschi. Motivo? «Opportunità politica, in un certo senso una superiore ragione di Stato». Nel 2003, per iniziativa del deputato Carlo Carli, venne istituita una Commissione d' inchiesta furono interrogati anche Giulio Andreotti e Oscar Luigi Scalfaro che nel 2006 anni dopo formulò tre ipotesi. 1) In un periodo di guerra fredda, si volevano mantenere buoni rapporti con la Germania Ovest. 2) Anche dei militari italiani erano accusati di violenze in Albania, Etiopia, Jugoslavia, Grecia, e portando a fondo l' accusa contro i tedeschi, si sarebbe riaperta anche quella contro gli italiani. 3) Fascisti e nazisti riciclati all' interno dei servizi segreti dei due Paesi sarebbero riusciti a insabbiare i documenti e quindi i processi.

«I giudici tedeschi non danno esecuzione alle sentenze di condanna dei tribunali militari italiani nei confronti degli ex soldati nazisti. E si rifiutano anche di mandarli a processo in Germania». L’ex procuratore militare della Spezia, Marco De Paolis, attualmente procuratore militare a Roma, accusa i colleghi tedeschi di inerzia. De Paolis aveva portato a processo decine di ex militari, ottenendo 57 condanne all’ergastolo, dieci della quali per la strage di Sant’Anna di Stazzema (nell’alta Versilia), il 12  agosto 1944, che costò la vita a centinaia di civili. «Gli ergastoli italiani erano stati confermati dalla Cassazione nel 2007. A seguito di questa sentenza definitiva era stata richiesta l’estradizione dei condannati, che tuttavia la Germania non concede mai se riguarda i suoi cittadini. Venne quindi richiesta l’esecuzione della sentenza dell’ergastolo in Germania, ma anche questa strada è risultata impraticabile. I giudici tedeschi hanno tergiversato e preso tempo, senza decidere se avviare un nuovo processo. Fino a che, e siamo all’oggi, dei dieci condannati non è rimasto in vita che Sommer, che ha quasi 94 anni e vive in una casa di riposo di Amburgo» ribadisce il giudice militare De Paolis.
 
C’è di più e ben peggio.  Negli atti parlamentari si legge: «La  figura  del  Procuratore  Generale  Militare  Santacroce  non  può  essere  delineata,  ai  fini  che  qui  interessano,  in  maniera  disgiunta  dalla  disamina  del  provvedimento  di  “archiviazione  provvisoria”  di  data  14  gennaio  1960,  che  porta  la  sua  firma,  adottato  in  relazione  a  tutti  i  fascicoli  processuali  relativi  a  crimini  di  guerra,  rinvenuti  nella   primavera del 1994 presso l’archivio di Palazzo Cesi e che sostanzialmente decretò la  definitiva sepoltura delle indagini».

Nella tardiva Relazione approvata dal Consiglio della Magistratura Militare (CMM) del 23 marzo 1999, ma solo dopo la scoperta nel 1994 ad opera del giornalista Franco Giustolisi del cosiddetto “armadio della vergogna” a Roma, nella cancelleria della Corte Militare di Appello presso la procura generale militare, nel Palazzo Cesi-Gaddi, in un armadio che aveva le ante rivolte verso il muro. Ed era chiuso con una catena, è peraltro scritto:

«una gran quantità di procedimenti penali relativi a gravi reali commessi in Italia dalle truppe germaniche nel corso del secondo conflitto mondiale sarebbero stati trattenuti presso vari uffici giudiziari militari nella posizione di archiviazione provvisoria, o comunque non avrebbero seguito il regolare corso per l'identificazione dei responsabili. In alcuni casi... si sarebbe proceduto all'archiviazione nonostante l'identità ed anche la residenza degli autori di siffatti crimini risultasse già dagli atti". Concludeva con la richiesta di approfonditi accertamenti "allo scopo di verificare l'eventuale coinvolgimento nella vicenda di magistrati militari ancora in servizio". Con nota in data 15 aprile 1996 il magistrato militare dott. Sergio Dini, Sostituto Procuratore presso il Tribunale Militare di Padova, denunciava a questo Consiglio che a partire dal novembre 1994 erano cominciati a giungere alla Procura, provenienti dalla Procura Generale presso la Corte Militare d'Appello. dei fascicoli processuali, che nell'aprile 1996 avevano raggiunto il numero di sessanta circa, concernenti episodi verificatisi nel corso della seconda guerra mondiale in ltalia, tra i quali "numerosi quelli in cui vi sono indicazioni nominative precise circa i soggetti ritenuti responsabili degli episodi criminosi". Analogo flusso di incarti processuali si era verificato in direzione di altre Procure Militari. Il dott. Dini segnalava inoltre che nei fascicoli figurava il provvedimento di archiviazione provvisoria del Procuratore Generale Militare presso il Tribunale Supremo Militare. Gli incartamenti in molti casi comprendevano verbali di informazioni raccolte da Commissioni anglo-americane di inchiesta sui crimini di guerra; atti che non erano nemmeno stati tradotti. Il magistrato manifestava, infine, disagio e perplessità in ordine al significato e produttività di iniziative giudiziarie concernenti episodi così remoti nel tempo, e chiedeva un'indagine conoscitiva volta a stabilire l'entità del fenomeno, e le ragioni e le responsabilità dell'impropria giacenza in archivio per circa mezzo secolo, nonché le modalità della riesumazione e della recente trasmissione dei fascicoli alle Procure Militari. A seguito di queste denunce, il Consiglio con delibera in data 7 maggio 1996 istituiva apposita Commissione, ex art. 30 del Regolamento interno, con il compito di stabilire le dimensioni, le cause e le modalità del fenomeno».
Il magistrato della  Corte d'appello militare di Roma, Luca Baiada ha ribadito: «Quindicimila morti: italiani massacrati dai tedeschi e dai loro complici fascisti, dal 1943 al 1945. E da questa cifra sono esclusi i partigiani caduti in combattimento e i militari. Una scia di sangue che percorse l’Italia, in concomitanza col lento ritiro tedesco, seguendone i ritmi, ora lenti, ora convulsi. Un pulviscolo di omicidi singoli, uno sciame di piccoli eccidi, e poi i grandi massacri come Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fucecchio. Vittime di ogni età, dai lattanti ai vecchi nati prima dell’Unità d’Italia».

Da sempre gran parte degli Stati definiti “civili” occultano documenti su vicende indicibili. Basti ricordare che il Regno dei ladroni e vili traditori Savoia appena germogliato, nel 1861, con l’inganno, la truffa, la corruzione e soprattutto la prevaricazione, distrusse buona parte dei documenti sulla «lotta al brigantaggio»: una vera guerra civile che comportò violenze inaudite. Soltanto più di un secolo dopo, nel 1963, uno studioso Franco Molfese - rintracciò parte dei documenti superstiti, dando avvio a una faticosa ricostruzione dei fatti non ancora conclusa e che non sarà mai completa. 
Nell’armadio della vergogna c’erano anche i documenti sugli italiani deportati in Bassa Sassonia, sull' eccidio di duemila italiani vicino a Borek. E le carte segrete del Sismi, compreso l' appunto sulla fuga di Kappler e il ruolo che vi ebbe l' organizzazione Odessa. C' è una lista di giudici nazisti che fecero carriera anche dopo la guerra. E documenti che ci riguardano come carnefici: per esempio quelli sul generale Mario Roatta nei territori occupati. Si tratta di documentazione di prima mano, ovvero delle istruttorie realizzate decenni prima dalla Procura generale del Tribunale supremo militare, che ne aveva ricevuto incarico dal Consiglio dei Ministri. Basti dire che c' è anche un promemoria del comando dei servizi segreti britannici, intitolato Atrocities in Italy, con il timbro secret.

Tredicimila pagine e oltre novecento fascicoli, che raccontano la storia di quindicimila persone, coinvolte nei crimini di guerra commessi in Italia durante l'Occupazione nazifascista, tenuti segreti per evitare problemi con la Germania. L’ "Armadio della Vergogna" è consultabile online sull'archivio della Camera.
Soltanto sparuti nostalgici temono di svelare gli orrori della seconda guerra mondiale. Mentre tutti dobbiamo avere paura ancora di come politica e magistratura possano nascondere verità scomode. Anche quelle recenti e recentissime.

Il giudice militare Enrico Santacroce (un generale) era il genitore dell’attuale presidente di Cassazione Giorgio Santacroce, applicato dal 1980 e poi estromesso a seguito di alcune denunce, dalla sterile inchiesta sulla strage di Ustica, ma questa è un’altra torbida storia insabbiata dalle istituzioni tricolori.

Post scriptum

19 pugliesi tra le 335 vittime delle fosse ardeatine



    Don Pietro Pappagallo di Terlizzi, sacerdote che a Roma dava ospitalità ad ebrei, sbandati e resistenti.
    Gioacchino Gesmundo, sempre di Terlizzi, insegnante di filosofia nel liceo romano Visconti. Tra i suoi allievi Pietro Ingrao.
    Gli avvocati Teodato Albanese di Cerignola e Ugo Baglivo di Alessano.
    Il cantante lirico foggiano Nicola Ugo Stame, al quale è dedicata una targa all'esterno del Teatro dell'Opera di Roma.
    Umberto Bucci di Lucera, impiegato, con il figlio Bruno caporalmaggiore dell'Esercito.
    L'ufficiale della Marina Militare Antonio Pisino di Maglie.
    Il maggiore del Regio Esercito Antonio Ayroldi di Ostuni.
    Il giovane militare Ferruccio Caputo di Melissano.
    I fratelli Federico e Mario Càrola di Lecce, ufficiali d'aviazione e di fanteria.
    Giuseppe Lotti e Vincenzo Saccottelli, artigiani di Andria.
    Gaetano La Vecchia, ebanista di Barletta.
    Manfredi Azzarita, capitano di cavalleria, medaglia d'oro al valor militare alla memoria, figlio di molfettesi.
    Di famiglia pugliese era il maggiore dei Carabinieri Ugo De Carolis, ed Emanuele Caracciolo, nato a Tripoli da genitori gallipolini trasferiti per lavoro nella colonia libica.
    Di famiglia originaria di Trani era inoltre il soldato Cosimo Di Micco.

 
riferimenti:






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