28.5.16

MIGLIAIA DI MINORI PRIGIONIERI NEGLI ORFANOTROFI D’ITALIA E 211 GIUDICI IN CONFLITTO DI INTERESSI

di Gianni Lannes


Imprigionati fin dalla più tenera età. Ecco una barbarie dei nostri tempi, mentre tutti o quasi gli italidioti fanno finta di non vedere. Solo il 5 per cento dei bambini in orfanotrofio è realmente orfano. Intrappolati in angusti reclusori, nonostante abbiano una famiglia, spesso in condizioni di indigenza. E’ questa la sorte di migliaia di bambini e adolescenti nel belpaese: il 90 per cento del totale, il resto subisce abusi. Secondo il dettato costituzionale, però, la povertà materiale non giustifica la sottrazione dei figli ai genitori naturali. Bambini alle prese con la perversa burocrazia tricolore già a uno, due, tre anni, comunque privati dell'amore e dell'affetto dei propri cari per alimentare gli affari.


I minori italiani entrano in una struttura denominata con un facile eufemismo "casa-famiglia", in attesa di tornare a casa o essere adottati, e non sanno mai quando ne usciranno. Incastrati fino a 18 anni, in un microcosmo nebuloso, dove subiscono violenze psicologiche e fisiche, nonché deprivazioni affettive: cooperative, istituzioni, servizi sociali e tribunali in cui circolano fiumi di denaro pubblico. Tre miliardi di euro l’anno senza controlli e trasparenza, e con 211 giudici impuniti in macroscopico conflitto di interessi. Come fanno a decidere se tenere o meno i minori nelle case famiglia, se hanno luridi interessi economici in queste stesse strutture? Perché il Consiglio superiore della magistratura non li destituisce subito dall'incarico? Comunque, ogni bambino in meno è una retta in meno.

Questi togati ammontano a poco più di un migliaio e si trovano all’interno dei 29 tribunali minorili di tutta Italia così come nelle Corti d’Appello minorili. Sono i giudici onorari minorili, quelli che decidono di affidamenti in casa-famiglia oppure a centri per la cosiddetta “protezione dei minori”. A stabilire il ruolo del giudice onorario minorile ci pensa una del 1934 e una riforma del 1956, ripresa nelle circolari del Consiglio Superiore della Magistratura: l’aspirante giudice oltre che ad avere la cittadinanza italiana e una condotta incensurabile, «deve, inoltre, essere “cittadino benemerito dell’assistenza sociale” e “cultore di biologia, psichiatria, antropologia criminale, pedagogia e psicologia”». Tra questi 1.082 (secondo l’ultimo censimento)  211 sono incompatibili con la carica, ovvero il 20 per cento sul totale, poiché a vario titolo c’è chi ha contribuito a fondarle, chi ne è azionista o dipendente, e chi fa parte dei consigli di amministrazione delle famigerate case famiglia. Insomma, a giudicare dove debbano andare i minori e soprattutto se debbano raggiungere strutture al di fuori della famiglia sono gli stessi che hanno interessi nelle strutture stesse. Questi sono i dati contenuti in un dossier che l’associazione Finalmente Liberi Onlus ha presentato al Consiglio Superiore della Magistratura . Senza contare il ruolo affaristico di numerosi assistenti sociali, a cui andrebbe verificata l’idoneità psicologica, nonché la preparazione culturale, ed i bagaglio umano. 

In base alla legge 28 marzo 2001, numero 149, gli orfanotrofi dovevano chiudere per sempre entro il 2006, invece si sono riciclati e oggi proliferano. Hanno cambiato pelle, anzi solo il nome: secondo il garante per l’infanzia ce ne sono addirittura 3192, dove si stima siano ospitati circa 35 mila minori, ai quali si aggiungono 400 neonati abbandonati ogni anno alla nascita. Dalle uniche fonti disponibili, quelle dei 29 tribunali per i minorenni, si evince che sono dichiarati adottabili - col contagocce e al rallentatore - ogni anno circa 1300 bambini italiani. Ogni minore rende ai padroni delle prigioni dorate, fino a 150 mila euro all’anno per ogni minore.

Non è tutto. Ad oggi, banca dati prevista dalla legge numero 149 del 2001 risulta non essere ancora operativa, causando un grave inadempimento delle istituzioni ed un evidente vulnus al principio di trasparenza.
In Italia le strutture per minori sono un mondo opaco, dimenticato dalla legge e dall'opinione pubblica. Tantissimi bambini lasciati nelle comunità, perché darli in adozione significa far perdere la retta all'istituto che li ospita. Occorrono annoi e anni perché i tribunali prendano decisioni, in attesa di un decreto del tribunale dei minorenni che, a volte, non arriverà mai. Tant’è che su diecimila coppie che chiedono di adottare un bambino italiano, solo una su dieci alla fine ci riesce, sovente ungendo il meccanismo istituzionale.

«Perché deve essere un giudice a stabilire se una coppia ama a sufficienza il bambino che vuole adottare? E perché si deve subire un processo per arrivare all’adozione?». Mentre i partiti si accapigliano sulla stepchild adoption (l’adozione del figlio del proprio compagno nelle coppie omosessuali), Marco Griffini, presidente dell’Ai.bi, associazione Amici dei bambini, denuncia le ingiustizie e lo stato di abbandono dell’intero sistema delle adozioni nel nostro Paese. «Solo in Italia i tribunali dei minorenni hanno totale potere decisionale sull’idoneità delle coppie, e ognuno fa a modo suo. E da due anni la Commissione per le adozioni internazionali (Cai) non organizza un incontro con le delegazioni straniere né pubblica i dati sul numero di bambini adottati dall’estero», dice. Tanto che il Permanent Bureau de L’Aja, che sorveglia sulla applicazione della Convenzione sulla protezione dei minori, ha richiamato l’Italia per il mancato rispetto delle sue linee guida.

Alla fine il Csm ha partotirto il topolino si è mosso: con una nuova circolare sull’affidamento degli incarichi dei giudici onorari minorili, ha stabilito che non potranno avere non solo cariche rappresentative nelle strutture comunitarie per i minori ma neanche lavorarvi a vario titolo. Né loro, né i familiari più vicini. Ma i nuovi criteri saranno applicati nel giro di nomine per il triennio 2017-2020. Quindi, per il momento, chi aveva interessi da una e dall’altra parte potrà continuare a stare con un piede in una scarpa e con un piede in un’altra.  

Perché molto spesso l’ingranaggio che fa soggiornare i bambini nelle comunità oltre i tempi dovuti si ferma proprio all’altezza dei tribunali dei minorenni. Gli assistenti sociali lavorano tutti sull’onda delle emergenze, visto che una sola persona si trova aanche a seguire da 80 a 100 minori. Così «passano mesi in attesa di una risposta da parte dei tribunali per capire cosa ne sarà di un bambino», racconta un operatore. «Ci è capitato il caso di un minore che non vedeva più i genitori di origine da un pezzo. Abbiamo aspettato un anno per l’arrivo del decreto che ha dato via libera all’adozione. Nel frattempo un bambino di sette anni ha passato un altro anno della sua vita in una casa famiglia. Con tutto quello che questo comporta».

Persino i dati di Procure e Regioni non coincidono. Solo a novembre 2015, sull’onda dell’interesse mediatico intorno agli affidamenti minorili e dopo la circolare del Csm, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha pubblicato la prima raccolta dati sperimentale. Sono stati chiesti alle 29 procure minorili i dati sul numero di minori collocati in comunità. E «sebbene i dati avuti non arrivino ancora al dettaglio», scrive il garante Vincenzo Spadafora, «ora sappiamo che al 31 dicembre 2014 i minorenni a vario titolo collocati nelle comunità erano 19mila». Ma da questa cifra mancano i dati dei ragazzi collocati nelle famiglie affidatarie, che in base ai report passati erano più o meno lo stesso numero di quelli inseriti nelle comunità. Le strutture conteggiate sono 3.192, ma senza una differenziazione per tipologia. Non solo: in alcune regioni le autorità amministrative e sanitarie che autorizzano le aperture delle comunità per i minori non ne danno comunicazione alle procure. Quindi i dati risultano incompleti. Servirebbe un database comune, scrive il garante, ma «si prospettano tempi lunghi».

Gli altri numeri a disposizione sono quelli del ministero del Lavoro e delle politiche sociali: i dati relativi al 2010 parlano della presenza di circa 40mila minori fuori famiglia; l’aggiornamento del 2012 registra 29mila bambini nelle strutture, ma nel conteggio generale mancano Lazio, Abruzzo, Basilicata e Calabria e non viene considerato il flusso di altri 10mila bambini che si sono avvicendati nel corso dell’anno. Per ultimo, c’è anche l’indagine Istat sui presidii socio-assistenziali e socio-sanitari, anche questa relativa al 2012, che conteggia 11.571 strutture con circa 373mila posti letto, di cui il 38% occupati da minori. Risultato: in mezzo a tanti conteggi approssimativi, nessuno sa quanti siano davvero i bambini in mano alle strutture per minori oggi in Italia. Una merce preziosa che conviene tenere nell’ombra. Mentre le richieste di adozioni nazionali calano di anno in anno.

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