11.5.16

INFANZIA A PERDERE!



di Gianni Lannes

Oggi, ripetono multinazionali, governi e istituzioni, i bambini sono assunti al rango di cittadini, hanno riconoscimenti e tutele come mai nella storia. Dal primo dopoguerra mondiale ai giorni nostri si possono annoverare un numero considerevole di dichiarazioni, raccomandazioni, risoluzioni, convenzioni, statuti che annunciano e disegnano tutele e forme di protezione. Paradossalmente, però, è aumentata al contempo la violenza, l’ingiustizia e l’iniquità di cui il bambino è vittima.

Porre l’infanzia come l’interesse prevalente al di là, prima e contro i singoli stati, significa avviare la consapevolezza che c’è qualcosa che viene prima delle necessità della politica, o meglio, dell'economia su cui tutto si fonda.

Il bambino è stato oggetto di un investimento giuridico ineguagliabile, che ha avuto il suo culmine nella Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 1989, entrata in vigore il 2 settembre 1990. La protezione obbliga a far qualcosa e ogni violazione può essere imputata a chi ha questi obblighi, ma ancora non basta. Dall’assenza di tutela si è passati ad un’eccedenza di carte di diritti. Il bambino più è tutelato in astratto, più appare solo, non riconosciuto, emarginato, abusato. Ogni anno, secondo i dati dell’ONU, spariscono dalla Terra 8 milioni di bambini, trasformati in pezzi di ricambio per chi ha soldoni. Inoltre, secondo l’Organizzazione mondiale del lavoro (OIL) i bambini costretti a faticare sarebbero 250 milioni.

Si sa quanto sia difficile dare la parola ai bambini o quanto sia difficile ascoltarne la voce: del resto infanzia è il termine derivato dal latino che indicava l’età della vita in cui non si parla o si parla male. In-fanzia è termine non facile: indica un’età dell'esistenza e quindi la neutra condizione di un tempo contrapposto ad altri, ma nasconde anche il senso più inquietante di un’assenza di voce. 

Tra la società e la sua infanzia lo scambio vincola a precisi doveri. Ma è nostra nel senso che una società è la sua infanzia; il suo modo di pensarsi e di progettare  il suo futuro sta tutto nel destino che essa riserva all’infanzia.
L’infanzia è la  società, ma non sempre sembriamo accorgercene, anche se in teoria proclamiamo la sua centralità. Tempo e vita si intrecciano: le generazioni misurano il tempo e nello stesso tempo ne sono misurate. Il legame che una società adulta intesse con le sue giovani generazioni disegna il suo futuro e progetta il proprio microcosmo. Investendo sulle giovani generazioni la società va oltre il proprio orizzonte chiuso e si rigenera. E' appunto nei bambini si concentrano le forme più visibili della socialità, il punto di incontro più vitale dell’individuo e della sua comunità, che sovente le agenzie di socializzazione  (in primis, la scuola) tendono a soffocare.

Un bambino che nei primi anni di vita è stato accarezzato dalla fiducia umana domani sarà pronto, a sua volta, a investire fiducia nei suoi simili e in se stesso. L’assuefazione a pratiche mafiose si impara dove non ci sono esempi diversi, ma dove soprattutto non ci sono spazi aperti dove condividere la vita degli altri. Così, ora capita spesso di trovarsi in città disumane che non concedono nulla a spazi pubblici, dove ci si ritrovi tutti e dove il gioco dei bambini non sia un gioco da bambini. Attualmente la città è il luogo della paura dove, per giocare, occorrono recinti e sorveglianza, mentre il bosco diviene la meta da raggiungere. La città è diventata il luogo dover le paure si addensano e dove, per giocare, occorrono recinti che non ingombrino il rapido scorrimento delle macchine. In essi si trovano giochi già confezionati, dove i bambini simulano i giochi dei boschi.

In realtà, l’età adulta ha presto dimenticato quello che essa è stata. La patologia è l’adulto-centrismo. Dove circolano esclusivamente modelli di vita adulta che permeano l’organizzazione della vita quotidiana, il tempo e lo spazio del gioco infantile sono sempre più costipati ed organizzati, perdendo in spontaneità. Il tempo di vita dell’infanzia è un tempo consegnato alla favola. Il mondo dal punto di vista del bambino non è semplicemente il passaggio provvisorio verso l’età adulta. E’ nell’essere in relazione ad altre età e ad altre epoche che il nodo dell’infanzia si scioglie.

L’aumento della violenza di ogni genere nei confronti della popolazione infantile è il vero nodo del malessere che contrassegna la modernità. La violenza sessuale è soltanto l’ultima delle prepotenze disumane, perché è in linea di continuità con tante altre violenze. L’attenzione che il sensazionalismo attiva rimanda alla disattenzione concreta, quotidiana, colpevolmente silenziosa nei confronti della vita di sempre; come se si dovesse attendere il caso dell’abuso di tutti i tipi nei confronti di un bambino per accorgersi che da sempre il bambino, vive in una condizione disumana.

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