17.5.16

IL TERREMOTO IN FRIULI: IL RUOLO STRATEGICO DI MORO



 di Gianni Lannes

Quando la sera del 6 maggio 1976 le scosse sismiche sconquassarono il Friuli, causando la morte di 989 persone, danneggiando ben 75 mila abitazioni e provocando lo sfollamento di 100 mila esseri umani, l’allora primo ministro Aldo Moro, non perse un secondo. Chiamò subito al telefono Giuseppe Zamberletti e lo nominò commissario straordinario per il terremoto. Un istante dopo Moro comunicò la decisione al presidente della Regione. Ad Antonio Comelli il presidente del consiglio spiegò in poche parole che lo Stato assumeva il comando delle operazioni, e che la Regione al contempo avrebbe ugualmente svolto un ruolo decisivo nella ricostruzione. E così fu: una soluzione di straordinario buon senso in tempi rapidi.

I risultati furono notoriamente eccellenti. L’opera di ricostruzione del Friuli Venezia Giulia devastata dal sisma è una delle rare pagine di efficienza della storia repubblicana. Infatti, non si registrò nessuno sperpero di denaro pubblico, né tantomeno un benché minimo ritardo.

Invece, soltanto 4 anni più tardi, in Campania, la famigerata “ricostruzione” dell'Irpinia e dei dintorni, ha innescato un meccanismo perverso di spreco di denaro pubblico (una voragine di 80 mila miliardi di lire) non ancora arrestato ai giorni nostri, inclusa la penetrazione camorristica nelle istituzioni locali.

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