21.10.15

ENRICO MATTEI, ALDO MORO, HEDIA...



di Gianni Lannes


Le rigorose indagini del pubblico ministero Vincenzo Calia presso la Procura della Repubblica di Pavia, hanno accertato che l’aereo di Mattei (un Morane Saulnier), fu sabotato mediante una carica esplosiva militare. Il giudice però, non è riuscito ad individuare il movente né i mandanti e gli esecutori materiali dell’attentato.  

Mattei condusse con coraggio una battaglia impegnativa e rischiosa contro le multinazionali del petrolio (che oggi stanno depredando l’Italia grazie al governo Renzi), andando ad intaccare il loro potere all’origine, vale a dire nei rapporti con gli Stati produttori di greggio. Più ancora Mattei si stagliò sulla riserva energetica francese nel Sahara algerino. Alle spalle dei capi algerini del tempo, vi era Enrico Mattei. Dopo l’uccisione di Mattei l’Eni di Eugenio Cefis (vero capo della P2) diventò un’alleata delle sette sorelle in posizione di netta sudditanza.

Secondo Charles De Gaulle (presidente della repubblica francese dal gennaio 1959 ad aprile del 1969) la nuova Algeria doveva restare unita alla Francia. In caso però di ottenimento dell’indipendenza, il nascente Stato arabo avrebbe racchiuso nelle sue frontiere solo la fascia costiera tra Bona e Tiemeen. Il territorio sahariano dove erano sepolti gli idrocarburi sarebbe appartenuto esclusivamente alla Francia. Infatti, il governo di Parigi proclamò il 7 dicembre 1960, il Sahara algerino “dipartimento francese” alle dirette dipendenze del Quay d’Orsay. Per il generale De Gaulle i tesori del Sahara dovevano assolutamente restare nelle grinfie della Francia.

L’unico bastone fra le ruote era proprio Enrico Mattei. Su ordine di De Gaulle nel luglio 1961, il ministro plenipotenziario a Roma, Francois Puaux, consegnò al ministro degli esteri Antonio Segni (quello che consentì a Washington di installare un arsenale nucleare in Italia), una lettera di protesta per il comportamento antifrancese di Mattei. In questa nota si asseriva che «l’attività dell’Eni ostacola le trattative in corso tra francesi e algerini, favorendo l’irrigidimento del GPRA in odine a un problema (il petrolio sahariano, nda) che è considerato dalla Francia essenziale alla sua economia e alla sua ricchezza».

Nel gennaio del 1962, nell’imminenza dell’inaugurazione a Rabat di una raffineria dell’Eni, alla presenza di Fanfani e dello stesso Mattei, il velivolo da trasporto del capo dell’Eni, subì un primo sabotaggio, scoperto poco prima della partenza. Il governo francese seguiva passo dopo passo le mosse di Mattei. Il presidente dell’Eni era attentamente attenzionato dai servizi di spionaggio francese e la nomina di Mario Pirani ad «ambasciatore» di Mattei in Africa del Nord non passò inosservata. Una nota del Servizio segreto britannico, informò lo Sdece, e da lì la notizia passò al Ministero degli Esteri di Parigi, della nomina di Pirani a rappresentante permanente dell’Eni presso il Gpra a Tunisi.

Ho rintracciato numerosi documenti dello Sdece agli Archives de “l’Economie, des Finances et du Budget” dove erano stati erroneamente archiviati.  Peraltro lo Sdece sosteneva che la decisione di inviare un «rappresentante» presso il Gpra era stata presa esclusivamente da Mattei quando, nell’estate, la posizione di Fehrat Abbas alla guida del governo provvisorio si era fatta più delicata.

Il contributo cruciale dell’Eni agli algerini nel negoziato con i francesi fu - secondo Pirani, ma anche secondo Giorgio Ruffolo e Italo Pietra - l’aiuto nella preparazione del testo degli accordi che furono infine firmati a Evian per quanto riguardava la parte petrolifera. «In sostanza - ha ricordato Pirani -, tutti gli articoli riguardanti la sorte del petrolio sahariano furono studiati dai servizi dell’Eni insieme agli algerini i quali durante le trattative con i francesi utilizzarono i dossiers preparati dall’Eni che per la sua maturata esperienza poteva suggerire il tipo di organizzazione da dare al settore, nonché le garanzie da chiedere ai francesi»

Giuseppe Accorinti, funzionario dell’Agip negli anni della presidenza Mattei, ha sostenuto: «Non è un segreto per nessuno ormai che l’ing. Mattei avesse rapporti molto amichevoli e di sostegno con la resistenza algerina (fln): aveva capito che in Algeria c’era tanto gas e tanto greggio e quindi aveva deciso di dare assistenza non solo finanziaria ma anche tecnico-legale agli algerini che, mentre negoziavano con i francesi, di notte passavano la frontiera e venivano a Tunisi a parlare con un piccolo team di esperti Eni per ricevere consigli. Ed è assai probabile che lui avesse anche finanziato la resistenza algerina in armi, non dico che sia sicuro perché non ne ho conoscenza diretta ma è proprio molto probabile ...». (Enrico Mattei: l’Eni, l’Agip, il metano e i giovani, conversazione pubblica di G. Accorinti del 5 febbraio 1995). Pirani e Girotti tenevano contratti stretti con Boussouf, ossia il ministro degli armamenti del Gpra e con il suo vice Sid Hamed Ghosoli.

Dal 13 luglio 1962, tale Indro Montanelli, il giornalista meno preparato d'Italia in materia petrolifera, scrisse e pubblicò sul Corriere della Sera ben quattro insulsi articoli contro Enrico Mattei. Insomma, pugnalate nella schiena ad un padre della patria.

Il 21 marzo 1962 una squadra navale francese sequestrò nei pressi dell’arcipelago di La Galite in Tunisia, la nave italiana Hedia, sospettata di trasportare armi per la resistenza algerina. A bordo vi erano 20 marinai, 19 dei quali di nazionalità italiana (18 dei quali ignari della situazione). Il mercantile aveva caricato fosfati a Casablanca e stava facendo rotta verso Venezia. La Marina Militare di Parigi non era nuova a queste azioni di pirateria internazionale. L’equipaggio fu imprigionato e torturato per mesi, fino a ricomparire nel consolato francese ad Algeri, il 2 settembre in una foto scattata dall’ inviato di guerra dell'Upi Jim Howard. Alcuni familiari riconobbero i propri cari, ma il governo tricolore - al corrente di tutto - fece finta di niente. Il primo ministro Fanfani, dopo aver inaugurato il traforo del Monte Bianco insieme al primo ministro Pompidou (già funzionario della banca Rothschild) disse ai parenti delle vittime: «Non si può fare una guerra per liberare questi uomini». E così, grazie alla solita ragion di Stato, anzi di Stati, furono sacrificate quelle innocenti vite. La magistratura italiana non indagò e i carabinieri di Trieste insabbiarono a dovere l’unica denuncia sporta da Remo Cesca, padre del giovane marconista. I tribunali italiani, in un lampo, senza uno straccio di istruttoria sentenziarono addirittura che quei marinai, nostri connazionali, risultavano «dispersi in mare il 14 marzo 1962». La scomparsa di quei lavoratori marittimi (il più giovane Giuseppe Uva aveva appena 16 anni) fu affare per tutti, tranne che per le famiglie. L’armatore italiano stanziato in Svizzera e il socio dell’armatore (il caratista Giuseppe Patella, ex capitano della marina militare italiana), incassarono 110 milioni di vecchie lirette dalla Vittoria Assicurazioni di Milano.

Nel gennaio 1974, il ministro degli Esteri Aldo Moro affermava di non comprendere perché la ritorsione petrolifera dell’Opec del 25 dicembre precedente contenesse «una discriminazione a danno dell’Italia», «discriminazione», dichiarava Moro, che «non teneva conto della particolare amicizia da noi sempre dimostrata per il mondo arabo della evidente comprensione per le sue istanze, che aveva rappresentato una costante della nostra politica estera». «Basti pensare - aggiungeva il ministro -, ad atteggiamento di amicizia e a generosa collaborazione e assistenza da noi data a vari paesi arabi, come l’Algeria, dove avrebbe dovuto essere vivo il ricordo di assistenza e facilitazioni da noi prestate alla resistenza». Moro nel 1962 non aveva incarichi governativi. Eppure, negli anni successivi a titolo personale, aiutò economicamente le famiglie di quei marinai italiani, ed incoraggiò un’indagine sotto traccia di quei tragici avvenimenti. Nel 1978, subito dopo la sua eliminazione decisa dal governo di Washington, dopo la rivelazione di alcuni segreti Nato, l’inchiesta sulla Hedia fu repentinamente sepolta a Roma.


Post scriptum

Le multinazionali del petrolio determinano ancora oggi la politica dell’energia, la politica dei prezzi, la politica di interi continenti, attraverso un sistema di potere che si basa essenzialmente sul controllo diretto dell’approvvigionamento, del trasporto, della raffinazione e della trasformazione dell’oro nero. E poi esportano guerre e colpi di Stato in tutto il mondo, si impadroniscono dei mezzi di informazione e di formazione dell’opinione pubblica. E uccidono anche materialmente, chi osa opporsi ai loro interessi e non si lascia comprare. Movente e mandante dell’eliminazione di  Enrico Mattei sono decisamente evidenti, ma ora per una rogatoria a Parigi c’è almeno un giudice a Berlino?


riferimenti:

Amae, Secrétariat d’Etat aux Affaires Algériennes, 1959-1967, note du service de renseignement britannique, 6 septembre 1961, ricevuta il 23 settembre 1961 («très secret, source à protéger»); Cfr. anche anom, 81F2429, Ministère d’Etat chargé des affaires algériennes, sdece, Notices d’Information, «Le fln et l’étranger», 16 ottobre 1961.

Intervista di Mario Pirani…, in, M. Pirani, Mattei e l’Algeria, in F. Venanzi, M. Faggiani (a cura di), Eni un’autobiografia, cit., p. 184.

Acs, Carte Aldo Moro, serie 6, Ministro degli Esteri, 1973-1974, busta 163, telegramma in partenza n. 55/c, segreto, Roma, 6 gennaio 1974.

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