8.9.15

RADIAZIONI FRANCESI IN ALGERIA






di Gianni Lannes


L'attualità interconnessa: sfruttamento neocoloniale e migrazioni forzate. Della serie crimini impuniti: dopo la strage dell’equipaggio italiano della nave Hedia nel 1962 e la successiva eliminazione  - sempre nello stesso anno - di Enrico Mattei, tesa ad impedire un accordo tra il governo di Algeri e l’Eni, per lo sfruttamento del Sahara, Parigi seguitò in loco fino al 1966 a condurre esperimenti nucleari, nonostante il riconoscimento dell’indipendenza algerina.

La contaminazione radioattiva ha limiti temporali che si prolungano per millenni. Dopo mezzo secolo di oblio, sono emerse le conseguenze sanitarie ed ambientali, certificate dal Criirad di Parigi e dall’Iaea.




La bomba A: il 13 febbraio 1960 la Francia ha effettuato il suo primo test nucleare ad Hamoudia (40 chilometri a sud di Reggane), a cui sono seguiti fino al 1966, altri 16 esperimenti sia in cielo che nel sottosuolo. Da allora il popolo algerino ne paga le conseguenze.



Al peggio, tuttavia, non sembra esserci fine. La Francia in tutte le sue ex colonie vuole mantenere lo sfruttamento delle risorse naturali. È il caso, ad esempio, del Burkina Faso, del Ciad, del Togo e della Costa d’Avorio. Gli interessi delle multinazionali legate alla Francia sono in tutto il Sahel: quella fascia di territorio che attraversa l’Africa del nord, e che si estende dall’Atlantico al Mar Rosso, toccando Senegal, Mauritania, Mali, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan ed Etiopia. Insomma, un’area   fuori controllo, in cui le multinazionali possono fare quello che vogliono con la straordinaria ricchezza dell’uranio e delle altre risorse minerarie che vi si trovano (oro, fosfati, zinco, piombo, ferro). Ma più di tutto, la Francia vuole impossessarsi dei giganteschi giacimenti di uranio dell'Algeria.

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