16.8.15

ISOLE ITALIANE SFRUTTATE DALLA CROAZIA




di Gianni Lannes


42°23’29’’ latitudine Nord, 13° 55’ 11’’ longitudine Est. Le carte nautiche individuano così le Pelagose. Un minuscolo arcipelago che si staglia a 28 miglia dal Gargano (Torre di Calalunga tra Peschici e Vieste). Sul loro sfondo si ergono le mitiche Lissa e Cazza.  Pelagosa Grande, alta e rocciosa, è lunga un chilometro e 400 metri, larga da 200 a 500 metri con una sommità a 70 dal livello del mare. Pelagosa Piccola misura invece 400 metri in lunghezza e si allarga per 150 con un’altezza massima di 39 metri dalla superficie marina. Il canale che separa per duecento metri le due isole è detto Passo di Bogaso. 



Queste isole sono circondate da 13 scogli minori che assumono il nome dalla loro esposizione alla rosa dei venti. Ammainiamo le vele per sbarcare sulla battigia. Così ci inerpichiamo su Monte Castello, a 116 metri d’altitudine. Sulla vetta domina un imponente faro, inaugurato dagli austriaci il 20 settembre 1875, costituito da una torre ottagonale. E’ uno splendido e vasto edificio a cui sono annessi un osservatorio meteorologico, una chiesa, una casa e una stalla. da quassù s’abbraccia un largissimo orizzonte, uno spettacolo mozzafiato: la vista spazia fino alla Dalmazia, al Gran Sasso,  al Conero, e alle coste dell'Albania.

Nelle notti più oscure e tempestose il potente faro di Pelagosa è l’inaudita sorpresa del navigante che solca l’Adriatico. Proprio dinanzi al promontorio garganico, ad una manciata di miglia marine dalle Tremiti, sonnecchia il minuscolo arcipelago delle Pelagose. Tre isolotti impervi - Pelagosa Grande, Pelagosa Piccola e Caiola -  in passato covo di pirati e occasionale rifugio di pescatori. Lo Stato italiano ne ha sempre ignorato l’esistenza., eppure l’archivio storico della Marina militare conserva una copiosa documentazione. Nel 1891 le interrogazioni del deputato Imbriani al presidente del consiglio Di Rudinì, annegarono nel vuoto, segnando un curioso destino. Gli Asburgo con il beneplacito dei Savoia se ne impossessarono nel 1873. I marinai italiani la riconquistarono l’11 luglio 1915, e il tricolore sventolò per 32 anni consecutivi.


«Sono molti, e fra questi anche uomini di governo, che non hanno mai saputo che cosa siano le Pelagose, dimenticate dagli italiani, come il mare nel quale esse sorgono» annotava il geografo Antonio Baldacci nel 1911. Parole avvalorate da un secolo di oblio. Le Pelagose, frammento d’Italia (comune di Lagosta, provincia di Zara) fino al 1947, passarono inspiegabilmente alla Jugoslavia, e infine alla Croazia. Per mezzo secolo hanno rappresentato lo spartiacque invisibile di una guerra fredda mai tramontata, almeno a queste latitudini mediterranee. 

Le isole, incontaminato giardino botanico (spiccano 16 varietà di piccole orchidee spontanee e 160 specie di fanerogame), al contempo scrigno archeologico, sono accessibili soltanto d’estate per brevi soggiorni. I fondali preannunciano un paradiso subacqueo dove i croati cacciano indiscriminatamente quel che capita
Pochi territori in Europa hanno impressi con tanta evidenza i segni del succedersi delle ere geologiche, le ferite ancora aperte della lotta titanica tra terra e mare. L’arcipelago è quasi disabitato per gran parte dell’anno. 

Gli archivi storici di Venezia e Ragusa parlano chiaro. Contrariamente alle opinioni di alcuni geografi che vedono nel nome Pelagosa un ricordo degli antichi Pelasgi, è certa la sua derivazione da Pelagosus, come suggerisce anche la posizione di che queste isole occupano in mezzo al Mare Adriatico. Esse erano note fin dall’età Paleolitica: lo testimoniano i curiosi ritrovamenti di cui diedero dettagliate notizie il Marchesetti e il Burton che le esplorarono a fine Ottocento, primi (e ultimi) fra gli archeologi. Qua e là si indovinano tumuli e tombe, come se gli arcaici isolani avessero convertito la roccia calcarea in un sepolcreto. A quale etnia appartennero i popoli delle Pelagose? Furono celti, viburni, illiri o dauni? Furono bucanieri, naufraghi o fuggiaschi dinanzi alle invasioni saracene?

L’influenza di Roma e il nome Pelagusa dei latini, differenziatosi più recentemente in Palagruža è una traccia. Ma quanto alle Pelagose dopo il dominio romano, la storia è buia. Secondo fonti d’archivio di Lesina, durante la supremazia di Venezia (XIII secolo), un nobile Lusignan, esiliato dalla Serenissima cercò scampo nella Pelagosa Grande e vi costruì un fortilizio. Lui e i suoi compagni esercitarono ogni specie di oppressioni sugli indifesi pescatori, finché il loro covo venne spazzato via dalla Serenissima. Si ignora quando la potestà borbonica vi sia impiantata.
Tutte le isole dalmate si rassomigliano per la nudità del loro aspetto, per il risalto dei contorni e l’asprezza dei rilievi. Le Pelagose, tuttavia, mostrano più di altre tracce superstiti dei corrugamenti terrestri che nel periodo pliocenico univano Gargano e Dalmazia. Lo dimostrano flora, fauna e rinvenimenti paleontologici. Ogni età geologica e umana ha lasciato la propria impronta inconfondibile. 


Quando il cielo è terzo si stagliano al profilo d’orizzonte di Vico del Gargano: si vede il faro e la chiesa di San Michele. Per la storia e la geologia appartengono all'Italia, ma le sfrutta senza alcun diritto la Croazia. E' l'ora di reclamarne il possesso.


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