7.5.15

BAMBINI: TESORO DELL’UMANITA’

 foto Gilan




di Gianni Lannes

Sette lustri fa, dopo 84 primavere passava a miglior vita Jean Piaget: «Il pensiero del bambino è un tema immenso, che io studio da 40 anni senza ancora esserne venuto a capo».

Questo maestro si è posto domande dalle apparenze semplici, un po’ simili a uno che si accinga a descrivere l’alba e col passare dei minuti scopre quanto sia arduo tener conto di tutti i barlumi, delle sfumature dei riflessi sulle cose e sulle acque, sugli alberi e nel cielo. Muovendo dal principio che «il bambino non è un uomo in miniatura» Piaget ha sperimentato le numerose vie che solcano l’infanzia. Le sue domande avevano apparenze semplici: «quali sono le tappe dello sviluppo mentale? Come progredisce il comportamento? Come nascono le funzioni logiche? Quali limiti hanno le funzioni affettive?


Si riteneva a torto, che il bambino non avesse autonomia. Invece. Piaget ci avvertì che il piccolo mondo è un continente, e che è quasi impossibile assegnargli precisi confini. L’infanzia è «l’età creatrice per eccellenza». La creatività ribalta le regole, rifiuta gli schemi. Il bambino inventa e ciò che lo circonda entra a far parte dell’invenzione, di un album dalle infinite pagine bianche sulle quali si adunano segni e percorsi, battiti d’ali e ondate di mare, campane e temporali, istinti e preludi di meditazioni.

Gli esempi e le scoperte di Piaget, soprattutto sul carattere “magico” del pensiero infantile, hanno spesso la verità dell’intuizione poetica. A che cosa servono le montagne? «Le montagne servono a far tramontare la luna». Perché hai sognato stanotte? «Perché i sogni sono entrati dalla finestra». Perché ti fa pena questo sasso calpestato? «Perché io l’avevo chiamato tartaruga». Le nuvole sono ferme o si muovono? «sono io che muovo le nuvole quando cammino». Queste e altre frasi sono la logica, l’etica e l’estetica, o come suggeriva Gianni Rodari, la fantastica di una filosofia dei bambini.

Parola di Jean Piaget: «Ogni volta che si insegna qualcosa a un bambino senza farlo partecipare, gli si impedisce di fare lui stesso la scoperta». Quest’uomo che al termine dell’anno scolastico si ritirava dall’università in una baita in montagna, a scrivere i suoi libri, ha sempre detto: «non sono un educatore». E in nome della capacità infantile di inventare sparava a zero su ogni pedagogia: «Quali sono i metodi buoni e quelli cattivi? Io non lo so, non sono al corrente. Non ho assolutamente tempo di leggere libri di pedagogia».


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