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SARDEGNA RADIOATTIVA: SCORIE A ZONZO PER I MARI ITALIANI

foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


 di Gianni Lannes

 (pubblicazione del 7 febbraio 2011)

Per non dimenticare, mai. Dopo il caso del container al cobalto 60 in sosta dal 14 luglio 2010 al porto di Genova (Prà) – proveniente dagli Emirati Arabi – un altro carico radioattivo è sbarcato in Sardegna il 29 gennaio, ma è stato casualmente bloccato all’ingresso della fabbrica Portovesme Srl (un’azienda che produce manufatti di piombo e di zinco), nel Sulcis Iglesiente. Tre tir container, che trasportavano circa 70 tonnellate di ceneri d’acciaieria erano partiti la sera prima dalla Alfa Acciai di Brescia, per approdare in Sardegna dopo un viaggio in nave, passando indenni sia a Genova che all’arrivo nel Porto canale di Cagliari. Le bolle di accompagnamento attestavano valori nulli di radioattività, ma i dispositivi radiometrici hanno rilevato livelli maggiori alla norma. In particolare, è stata riscontrata una contaminazione da Cesio 137, in quantità nettamente superiore alla soglia consentita: fra i sei e i sette becquerel per grammo, mentre il limite di sicurezza è di un becquerel per grammo. La magistratura ha sequestrato i containers, mentre il Prefetto di Cagliari, Giovani Balsamo, ne ha disposto il rientro a Brescia. L’azienda parla di “allarmismo ingiustificato”.

Tranquilli: è solo la punta dell’iceberg. Già nel 1997, emerse nella stessa fabbrica di trasformazione  un superamento di valori di radioattività pari a oltre 200 mila bequerel. “La vicenda dimostra che da anni la Sardegna è la pattumiera delle grandi industrie del nord e che ci sembrano strani due aspetti della vicenda, il primo riguarda il motivo per cui l’Alfa Acciai a Brescia non si sia accorta della presenza di radioattività nei tre container e poi la seconda questione riguarda la totale assenza di dispositivi per la verifica della radioattività nei porti e negli aereoporti sardi”, dichiaraSimone Spiga, promotore del Comitato SI CONTRO IL NUCLEARE IN SARDEGNA, che ha oltre 19.000 adesioni nella pagina di Facebook. “E’ giunto il momento che Cappellacci si svegli dal torpore, servono interventi chiari e netti sull’arrivo in Sardegna di materiale senza che abbia reali controlli, pertanto chiediamo immediatamente un impegno di spesa per dotare tutti i porti e gli aeroporti della Sardegna dei cd “PORTALI” , unità monitor su telaio mobile – istallate su veicoli adeguati – per il rilevamento automatico di materiali radioattivi e nucleari nei veicoli e nei pedoni, unica soluzione per non ritrovarsi sempre in queste condizioni”, denuncia l’ecologista sardo. “Vogliamo un impegno forte, non servono le parole, ma fatti precisi, pertanto chiediamo un immediato investimento per l’acquisto di questi portali, altrimenti saremo costretti ad assumere forme di protesta sempre più forte, perchè i sardi non possono più tollerare queste situazioni”, conclude Spiga.

Singolare coincidenza: il 15 maggio andrà in onda un referendum consultivo indetto dalla giunta regionale di centrodestra per stabilire o meno la costruzione nella regione di impianti nucleari ai quali il Governo Berlusconi intende offrire il via libera. “Dopo 10 anni da immigrato posso dire che sulle navi per la Sardegna entra di tutto. Sardi svegliatevi e iniziate a gestirvi i vostri porti visto che alla partenza  per la Sardegna non ci sono i controlli. Bastano le basi Nato senza controlli e si vedono i risultati” argomenta Fabio Mereu.

Portovesme - foto Gianni Lanens (tutti i diritti riservati)

Ecco due esempi documentati. Sulle radiazioni mortali nel poligono militare di Quirra, incombono i segreti di Stato e della Nato. Proprio a Quirra, dovepersone e animali continuano ad ammalarsi e a morire a cause di patologie tumorali, enormemente  molto al di sopra delle medie nazionali. La Procura della Repubblica di Lanusei ha aperto un’inchiesta ipotizzando il reato di ‘omicidio plurimo’. In base alle analisi delle Asl di Cagliari e di Lanusei, il 65 per cento dei pastori della zona si è ammalato di leucemia e numerosi agnelli sono nati deformi. Altro riferimento contaminato: l’isola di Santo Stefano nel parco marino della Maddalena, occupato abusivamente dal 1972 ai giorni nostri dai sommergibili della sesta flotta Usa.


Tappa finale: le Acciaierie Venete di Sarezzo, nel Bresciano. Il viaggio dell’ autocisterna carica di scorie radioattive (oltre i 7.000 bequerel per metro cubo, quando il tetto massimo stabilito per legge è di 500), 3 anni fa è stato arrestato per caso a Ponte Nossa (Bergamo), in un’azienda specializzata nello smaltimento di rifiuti speciali.

Il Cesio 137 è l’ isotopo prodotto dalla detonazione di armi o di reattori di nucleari. In balia di una trama che svela i contatti tra le province lombarde e le ex repubbliche sovietiche. Dai porti del Mar Baltico, secondo gli inquirenti, gli avanzi dei sommergibili nucleari o centrali in disarmo raggiungerebbero Trieste e Genova e poi, su gomma, le acciaierie di casa nostra. La fame di ferro -9 milioni di tonnellate di rottami l’anno- varca l’ingresso delle aziende che fondono il metallo di risulta e lo trasformano in laminati. Non a caso, faccendieri della nuova Russia hanno messo le mani proprio sulle acciaierie della zona. Nel 2006 la Severstal di Mosca ha spalancato l’eldorado. Tra Liguria e Lombardia è un andirivieni ininterrotto. Esattamente nel 2008 uno dei tir, piombato al porto di Genova è stato bloccato prima che s’ imbarcasse per la Sardegna, diretto a Portoscuso, agli stabilimenti della Portovesme. E gli altri carichi dove sarebbero finiti? La maglia dei controlli è un colabrodo. Il ferro in Italia non è classificato come rifiuto, è materia prima seconda. Il trucco è semplice: il Cesio viene schermato da un involucro di piombo, metallo che, dai successivi controlli, risulta in abbondanza tra gli scarti della fusione. Tra i rottami si occultano continuamente scorie da riprocessamento nucleare. La bonifica dei forni di Sarezzo ha prodotto 120 tonnellate di polveri radioattive, stoccate in fusti e sistemate nello stabilimento, accanto al tir bloccato a Genova. L’inchiesta che il procuratore della Repubblica Giancarlo Tarquini ha affidato al pm Paolo Abbritti ha accertato che il carico contaminato ha viaggiato con codici di identificazione falsi, eludendo i controlli.

I precedenti rimossi. Nel mese di maggio 1997 alla Alfa Acciai di San Polo (quartiere bresciano), la fusione di sorgenti di Cobalto 60 e Cesio 137 manda in tilt gli impianti di fusione dei rottami ferrosi. Nell’ottobre 2001 nel Cantiere Navale Mario Morini Spa di Ancona vengono sequestrate dodici lastre contaminate con l’ isotopo di cobalto, provenienti dalla Macedonia, dove era stata fusa una sorgente di Cobalto 60 in arrivo dalla Bulgaria. Il 13 gennaio 2004 nelle fornaci dell’ acciaieria Afv Beltrame di Vicenza finiscono alcuni fusti di Cesio 137 provenienti dalla Ohmart di Cincinnati Usa, nascosti in un carico di rottami di ferro, spedito dalla Italrecuperi di Pozzuoli. Nel mese di dicembre 2005 alla F.o.r.m. Srl di Loreto (Ancona) i carabinieri sequestrano materiale radioattivo che stava per essere utilizzato in fonderia. Erano i resti di un Mig cinese, entrati in Italia attraverso il porto di Bari. Il 2 febbraio 2007 il Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri (N.O.E.) sequestra la discarica della Metalli Capra, di Capriano del Colle, in provincia di Brescia: ci sono scorie radioattive di Cesio 137 e sali d’ alluminio. Anno 2008: acciaio inox contaminato da Cobalto 60. Il maxi sequestro dei carabinieri del comando Tutela Ambiente di Milano ha coinvolto anche le province di Latina e Frosinone. I militari hanno messo i sigilli a 30 tonnellate di acciaio inox contaminato dal cobalto. Il materiale, destinato alla produzione di manufatti per uso industriale come pulegge, cappe di aspirazione, serbatoi e tramogge,proveniva dalla Cina, ma è stato scaricato nel porto di Genova. Le trenta tonnellate di acciaio inossidabile radioattivo sono state importate dalla Cina. Il materiale, insieme ad altre 350 tonnellate inerti, era giunto nel porto mercantile di Spezia, proveniente dal più grande impianto siderurgico al mondo di proprietà della società cinese Tysco. Era destinato a importanti società italiane che lo hanno lavorato e messo in commercio. Trattandosi di materiale semilavorato e non di rottame metallico destinato agli altiforni, la legge non prevede che sia sottoposto a preventivi controlli radiometrici prima di essere sdoganato. Successive verifiche sugli scarti di lavorazione, hanno permesso di scoprire la contaminazione da cobalto 60 dei laminati destinati alle diverse produzioni industriali (camini, serbatoi, pulegge, tramogge, cappe e ciminiere).
L’Italia è il secondo Paese in Europa, dopo la Germania, per lavorazione di rottami metallici importati. I sequestri sono stati eseguiti anche nelle province di Brindisi, Campobasso, Treviso, Milano, Lucca e Mantova. Infine: agosto 2010 al porto di Salerno. La nave maltese Frelon – proveniente dalla Francia – ha sbarcato rottami metallici contaminati radioattivamente: la solita partita è finita in una ferriera di Potenza.

2 commenti:

  1. Buongiorno Gianni e un Buongiorno meno felice per gli Italiani.
    L'Italia dei veleni grazie alla sua informazione e' sempre più' alla portata di tutti, ma la domanda e' caro Gianni, quanto dobbiamo veramente preoccuparci??
    Visto che nessuno al Governo parla di questo quotidiano! Cosa ci aspetta oltre a scorie, scie, onde elf ecc. che ancora oggi non sappiamo?? Possibile che nessuno e dico nessuno dei nostri politici abbia il coraggio, di intervenire in un servizio pubblico, telegiornale o quanto altro, intervenire svelando e interrogando il capo di stato in merito??
    Sono sconvolto da come la popolazione creda solo a ciò che vede e sente senza mai cercare quella vera verità che ci viene nascosta!
    Il destino dell'umanità non può essere questo! Non deve essere questo! Ci sono troppi interrogativi su punti ormai chiari, non possiamo subire tutto questo passivamente senza più Alzare la testa!!
    Con stima e rispetto a te Gianni.
    Zini Manuele da Modeba

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  2. Ai politici interessa solo tenersi attaccata la poltrona sotto il culo!

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