3.7.14

MOLFETTA: LA DISCARICA BELLICA DEGLI ANGLOAMERICANI CHE MINA L'ADRIATICO

Molfetta - foto Gianni Lannes






di Gianni Lannes



25 chilometri a nord di Bari si affaccia sulla costa dell’Adriatico una città con 60 mila abitanti, dove ha vissuto e operato per la pace don Tonino Bello. Il mare davanti a questo operoso centro abitato alla fine della seconda guerra mondiale è stato trasformato dagli angloamericani, in una delle più pericolose discariche di bombe chimiche vietate dalla Convenzione di Ginevra. Nel 2014 avanzato, a livello istituzionale, manca una ricognizione precisa dell'effettiva quantità e della dislocazione subacquea, ma una sostanza come l'iprite, caricata in ogive ormai corrose, sta lentamente fuoriuscendo da anni, e ha fatto ingresso nella catena biologica. I rapporti dell’Icram attestano questo fenomeno almeno dal 1999, ma lo Stato italiano e i vari governi tricolore, telecomandati da Washington non hanno mai adottato misure di salvaguardia ambientale, a difesa della salute pubblica. Piuttosto, le autorità hanno insabbiato l'indicibile verità. E assurdamente non vale il principio internazionale "chi inquina paga".


I pescatori vengono spesso inavvertitamente a contatto con queste sostanze nocive, compreso il fosforo che brucia quando incontra l'aria, nel momento in cui le reti che tirano in superficie si impigliano in qualche ordigno. Morti e feriti ormai non si contano più: addirittura vige il segreto di Stato sulle cartelle cliniche degli infortunati.

Alla banchina 14 del porto di Bari il calendario si è incagliato alla data del 9 aprile 1945. Alle ore 11:57 circa il piroscafo nordamericano “Charles Henderson” salta in aria improvvisamente, seminando morte e distruzione. Ben 360 morti e più di 600 feriti gravi. Le cause non sono mai state accertate. Mancano pochi giorni alla fine della guerra in Italia (25 aprile). Le atroci conseguenze si pagano ancora oggi, causa di un carico segreto, una presenza inquietante. Nelle cinque capienti stive la nave del tipo Liberty EC2-S-C1 trasporta 6.675 tonnellate di bombe caricate con aggressivi chimici, ovvero iprite. Infatti «anche la “Henderson”, al pari della Harvey” custodiva aggressivi chimici» conferma Vito Antonio Leuzzi, direttore dell’Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea (Ipsaic). «Una rigorosa censura sul carico della nave venne imposta dalle autorità alleate, ma anche da quelle italiane».  
Quali le ragioni? «Ancora oggi non si spiega perché - sottolinea Leuzzi - gli alleati accumulavano armi letali, proibite dalle convenzioni internazionali, in una fase in cui il conflitto poteva dirsi concluso. E in una realtà distante dai teatri di guerra. Secondo fonti ufficiali d’archivio britanniche, la censura fu imposta da Winston Churchill in persona.

I frequenti e continui incidenti più recenti, nell'arco degli ultimi 30 anni non sono stati ancora riconosciuti. Addirittura il nuovo porto commerciale, un autentico ecomostro che ha sfigurato lo storico litorale spezzando la vista la vista dell’orizzonte, è stato edificato su un letto marino pieno di bombe. In una situazione tale era un progetto del tutto irrealistico che non doveva mai iniziare e non potrà mai finire ha scritto la procura della Repubblica di Trani che nell'ottobre 2014 ha sequestrato la mastodontica opera pubblica, non terminata, già costata 70 milioni di euro. Nel frattempo, è stato distrutto un panorama unico che era sottoposto a vincolo storico paesaggistico. Ed è sparita un'alga preziosa e rara la posidonia che si trovava in quelle acque, una pianta protetta, soppiantata da un altra, l'alga tossica come ha denunciato Legambiente nel 2009 con un esposto.

Con il grande porto nuovo, voluto dall’onorevole berlusconiano Antonio Azzollini, sindaco di Molfetta dal 2006 al maggio 2013, e insieme presidente pro tempore della commissione bilancio del Senato si apriva il «rubinettoporto» per finanziare qualunque attività e spese correnti come emerge dagli atti della procura di Trani che ha rinviato a giudizio Azzolini per associazione a delinquere, truffa a danno dello Stato, concussione e altri reati l'ottobre 2013. Tra i 63 rinviati a giudizio anche la Cooperativa Muratori e Cementisti (Cmc) di Ravenna, per associazione a delinquere, che è anche la maggiore azionista dei lavori per la Tav della Val di Susa. Il 6 marzo a Trani è iniziata la procedura probatoria. 

Matteo d'Ingeo, coordinatore del movimento civico Liberatorio politico che da anni si batte perun'operazione verità sul porto e sulle bombe chimiche a mare, autore di numerosi esposti, ha indicato le «zone rosse» del cantiere, così chiamate perché particolarmente affollate di bombe tanto da rendere impossibile il lavoro di dragaggio e ancor prima di ricognizione preliminare: il motivo per cui la ditta incaricata di farlo, la Locatelli di Trieste, ha rimesso l'incarico. Il dragaggio poi ha stuzzicato le bombe disseminate creando una discarica nella discarica, la cosiddetta cassa di colmata dove finivano scarti vari mischiati a ordigni; i lavori di bonifica dello Sdai (nucleo della Marina militare addetto allo sminamento) iniziati nel 2008 si basavano su una ricognizione solo parziale, non sistematica. 15 mila sono stimate le sole bombe caricate di sostanze chimiche come l'iprite, chiamato anche mustard gas, il fosfogene, la lewisite, gas tossici e vescicanti contenuti in fusti e damigiane – creati per uccidere e per durare , oltre a decine di migliaia di ordigni convenzionali affondati nel mare antistante Molfetta.
Questo arsenale chimico proibito si trovava nelle stive delle numerose navi anglo-americane che il 2 dicembre 1943 furono sventrate da un feroce bombardamento tedesco nel porto di Bari. Fu una notte d'inferno, con la città illuminata a giorno dalle fiamme e invasa da fumi tossici, coperto da un silenzio di Stato durato per mezzo secolo. Il porto di Bari andava liberato in fretta e le bombe smaltite a largo di Molfetta.  

Non è tutto. Nell’intero Adriatico sono state sganciate anche le bombe radioattive Nato della guerra del Kosovo. Nel 2009 l'accordo di programma per la bonifica del basso Adriatico tra Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e regione Puglia riguardava la zona da Vieste a Otranto, ma ha finito per concentrarsi su Molfetta e sulla sola zona del porto.


«Bisogna riconoscere Molfetta come zona di disastro ambientale» insiste D'Ingeo: i pescatori, ricattati tra salute e lavoro pagano il prezzo più alto venendo in contatto con le sostanze che avvelenano il mare e i pesci. Questi ultimi vengono dichiarati edibili poiché le tracce di veleno sono state trovate, ma negli organi interni e non nella carne bianca; sono state trovate anni fa dai ricercatori dell'Icram (Istituto centrale per la ricerca scientifica applicata al mare, oggi Ispra) anche mutazioni genetiche. Il pesce non viene pescato a riva ma a largo, fa presente Matteo d'Ingeo. Come ha attestato il biologo marino Ezio Amato coordinatore dell'Icram: «I pesci dell'Adriatico sono particolarmente soggetti all'insorgenza tumori, subiscono danni all'apparato riproduttivo, sono esposti a vere e proprie mutazioni genetiche che portano a generare esemplari mostruosi». Monitorando un rettangolo di cinque miglia per due al largo di Molfetta gli esperti hanno individuato ben 102 «possibili ordigni». Solo sedici sono stati ispezionati e undici erano proprio bombe all'iprite. Il sito più insidioso della costa molfettese è Tor Gavetone, al confine con Giovinazzo. L'acqua color turchese nasconde il più alto concentrato di bombe chimiche. È l'unica spiaggia pubblica di Molfetta, perciò nessuno rispetta lo sbrindellato cartello di divieto di balneazione e di pesca. Mentre le discariche più grandi e pericolose sono segnalate a circa 35 miglia dalla costa; di fronte a Torre Gavettone affiora un cimitero di ordigni imprigionati in una colata di cemento; mentre a Tor Calderina che si trova dal lato opposto, un'oasi naturale senza cemento, con gli uliveti che arrivano fino a riva, l'acqua è marrone, per via degli scarichi direttamente a mare di Molfetta e paesi limitrofi, in quanto il depuratore è rotto ed è sotto sequestro.

In città si è costituito il «Comitato cittadino per la bonifica marina. A tutela del diritto alla salute e all'ambiente salubre». Il sodalizio chiede «la verità sul tipo di ordigni presenti sui fondali del nostro mare. La bonifica completa dal porto a Torre Gavetone. Un monitoraggio ambientale del mare nelle zone interessate dalla presenza di ordigni a caricamento chimico per verificarne la balneabilità del mare e la commestibilità del pesce. Informazione trasparente e aggiornata da parte di tutte le istituzioni coinvolte nelle attività di bonifica».

riferimenti:


Nessun commento:

Posta un commento

Gradita firma degli utenti.