9.7.14

MATTEI E KENNEDY





di Gianni Lannes


Altro che sette sorelle: una falsa pista data in pasto all'opinione pubblica. Prove alla mano, i rapporti tra il presidente dell’Eni Enrico Mattei e il presidente degli Stati Uniti d'America, John Kennedy, erano entrati in una fase di piena distensione e di fattiva collaborazione. Dai documenti segreti del Dipartimento di Stato nordamericano e dai rapporti riservati dell’ambasciatore Usa di Roma, 1961-1962, si comprende la ferma determinazione di giungere a un’intesa con Mattei anche affidando ad alcune delle “Sette Sorelle” il compito di trattare gli aspetti tecnici e commerciali dell’intesa. La strategia prevedeva che per giungere a un accordo con il presidente dell’Eni si dovesse favorire la partecipazione italiana a vantaggiose operazioni petrolifere, quali quelle di beneficiare delle fonti e dei circuiti commerciali delle “Sette Sorelle” in Medio Oriente, in Africa e ovunque fosse possibile, al fine di creare alternative ai rifornimenti sovietici. A Roma, nel maggio del 1962, Mattei incontrò l’inviato di Kennedy col quale si trovò d’accordo su tutti i punti del programma approvato dal Dipartimento di Stato. Nei giorni successivi, sempre a Roma, si passò alla negoziazione tra l’Eni e la Esso, di un contratto di approvvigionamento petrolifero di ampio respiro. Si trattò per Mattei di un eccellente affare che prevedeva, da parte della più importante delle “Sette Sorelle”, la cessione mediante contratto pluriennale di petrolio libico contro forniture di aziende del gruppo Eni. Quell’incontro convinse Harriman l'uomo di Kennedy che la politica petrolifera di Mattei mirava a raggiungere un accordo paritetico con le grandi compagnie occidentali, nella prospettiva di superare ogni conflittualità. 





Concluso l’accordo commerciale e stabilita la collaborazione tanto auspicata dall’amministrazione Kennedy, restava da realizzare la seconda fase della strategia del dipartimento di Stato, ossia quella del viaggio di Mattei negli Stati Uniti per firmare l’accordo di Roma. Mattei avrebbe ricevuto una laurea ad honorem della Stanford University e avrebbe incontrato il presidente Kennedy, per quel riconoscimento politico che avrebbe probabilmente segnato un nuovo corso del potere di Mattei nella scena politica italiana e in quella internazionale.



L'attentato di Bascapé impedì a Mattei di recarsi negli Stati Uniti per ricevere quel riconoscimento politico, incoraggiato dal presidente Kennedy, che avrebbe rappresentato l’accettazione formale del suo ruolo e del peso dell’Eni anche nello scenario internazionale. L’attentato ha avuto luogo per impedire l’accordo con Kennedy (assassinato a sua volta un anno dopo), un successo che oltre a rappresentare una possibile via d’uscita ai problemi finanziari dell’ente, avrebbe reso Mattei ancora più potente, con buoni rapporti con gli Usa, senza rivali alla guida dell’Eni, un concorrente pericoloso se avesse voluto puntare alla presidenza della Repubblica, alla prossima scadenza del 1969.



La strage di Bascapè il 27 ottobre del 1962 fu l’inizio di un classico insabbiamento di Stato. Si celebrarono solenni funerali a Roma, con il presidente della Repubblica Segni, Andreotti e Fanfani in testa, e fu stabilita al contempo una ferrea “consegna”: sulla storia di Mattei doveva calare il silenzio; con lui doveva morire anche la verità sulla sua fine. Al silenzio e alla morte della verità contribuirono depistaggi di ogni genere: la scandalosa “falsa verità” preconfezionata della commissione ministeriale d’inchiesta istituita da Andreotti appena tre ore dopo la caduta dell’aereo dell’Eni; l’archiviazione, nel 1966, della inchiesta giudiziaria da parte dei magistrati di Pavia, che a quella “falsa verità” si accomodarono; la divulgata tesi apparentemente scontata delle “Sette Sorelle” petrolifere o del complotto internazionale avente il sapore della “fantapolitica”.  



L’omicidio di Mattei avvantaggiò, in Italia, tutti coloro che temevano, un rafforzamento del suo potere, al vertice dell’Eni, negli affari, nella gestione delle ingenti risorse economiche dell’ente e nella politica, nel perseguimento della strategia suggerita dagli Usa. Ne approfittò Amintore Fanfani, in rotta con Mattei e, soprattutto per le sue attese politiche e di potere. E si avvantaggiò Eugenio Cefis (capo occulto della P2) cacciato via proprio da Mattei.  



Nel novembre del 1961, suscitando lo stupore della stessa ambasciata britannica, Fanfani chiese di incontrare il responsabile per l’Europa meridionale della Shell, Arnold Hofland. Nel corso dell’incontro spiegò che i motivi che lo avevano spinto a chiedere l’incontro erano dovuti al forte imbarazzo che le operazioni di Mattei stavano suscitando in ambito Nato, tra americani, francesi e altri. Disse che l’obiettivo che si proponeva di raggiungere con quell’incontro era quello di ottenere dai signori della Shell delle condizioni commerciali per Mattei tali da indurlo ad allentare i suoi rapporti con l’Unione Sovietica. Lo scopo di Fanfani era quello di isolare Mattei evidenziandone la pericolosità agli occhi degli alleati occidentali. Lo stesso scopo si coglie dalla lettura di un rapporto “confidenziale” del Dipartimento di Stato Usa, del 20 ottobre 1958, scaturito da un incontro avuto da Clemente Brigante Colonna, stretto collaboratore di Mattei con alcuni diplomatici americani ai quali disse tra l’altro: «Fanfani e i suoi seguaci sono spesso preoccupati dell’impulsività di Mattei e del suo modo poco ortodosso di condurre la politica. Essi non possono imporre dei limiti alla sua influenza ma sarebbero ben contenti se gli Stati Uniti volessero tentare un’opera di persuasione condotta da persone esterne».

Il fratello di Mattei, Italo, interrogato dal giudice Fratantonio nell’ambito della inchiesta sul caso De Mauro, nel novembre 1971, riferì che il ministro Oronzo Reale aveva detto a sua figlia Rosangela che Fanfani, Cefis e Girotti avrebbero “fatto fuori suo fratello, tanto più che in quell’epoca era sul punto di firmare un contratto molto importante per gli interessi dell’Italia e riguardante lo sfruttamento del petrolio algerino”. Tenne poi a precisare d’esser convinto che i tre personaggi, “se non materialmente coinvolti nella morte del fratello, fossero per lo meno a conoscenza di quello che gli sarebbe poi accaduto”. A sostegno di tale convincimento, raccontò che poco prima della tragedia di Bascapè, Fanfani di ritorno dagli Stati Uniti convocò suo fratello e gli disse di non acquistare più petrolio dalla Russia. «In quella circostanza – spiegò al giudice Italo Mattei – mio fratello fu molto chiaro e disse a Fanfani che dal quel momento gli avrebbe tolto ogni appoggio politico, appoggio che avrebbe dato con tutta la sua forza all’onorevole Moro ritenendo costui uomo di maggior capacità e indipendenza».
La politica di Mattei nel Mediterraneo, tradizionalmente filoaraba, avrà con Moro una particolare accentuazione filopalestinese ed è possibile che questo abbia provocato irritazioni nei confronti del nostro Paese. L’atteggiamento dell’uomo politico italiano, che sarà vittima di un attacco terroristico, nascondeva un duplice obiettivo: da una parte, aprire nuovi spazi per l’espansione economica italiana e salvaguardare i nostri interessi nel Mediterraneo; dall’altra, tenere il più possibile l’Italia al riparto del terrorismo islamico.  

Le dichiarazioni di Italo Mattei, che convinsero Mario Fratantonio e Ugo Saito a delineare delle ipotesi di responsabilità per l’omicidio di Enrico Mattei, contenevano elementi di forte “rottura”, di “sfida” aperta, di “guerra” a tutto campo nei confronti del leader Dc. In pratica, Mattei aveva deciso di spostare, quindi, i suoi ingenti finanziamenti alla corrente di Aldo Moro aumentandone in maniera decisiva il peso politico. Aveva fatto un atto di politica interna decidendo di appoggiare un uomo favorevole a una svolta di centrosinistra e più vicino alle sue idee riformiste. Aveva espresso un segnale inequivocabile di politica estera decidendo di appoggiare e di avvalersi dell’appoggio di un uomo che apertamente condivideva la sua politica mediterranea e filo-araba. E c’era, nella reazione di Mattei e negli atti relativi il segno tangibile di un programma politico che, a seguito del riconoscimento di Kennedy, avrebbe chiuso ogni spiraglio ai suoi nemici.

Per il pubblico ministero Vincenzo Calia «l’esecuzione dell’attentato venne decisa e pianificata con largo anticipo, probabilmente quando fu certo che Enrico Mattei, nonostante gli aspri attacchi e le ripetute minacce, non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato. La programmazione e l’esecuzione dell’attentato furono complesse e comportarono – quanto meno a livello di collaborazione e di copertura – il coinvolgimento di uomini inseriti nello stesso ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello Stato con responsabilità non di secondo piano».




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