4.7.14

ITALIA: ACQUA PIU' PRIVATA DI PRIMA, NONOSTANTE IL REFERENDUM DEL 2011

Monticchio - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)




 di Gianni Lannes


Questa è l'ulteriore riprova che il popolo italiano conta meno di niente, e la politica da baraccone che mandano in onda è una buffonata istituzionale. Acqua pubblica, a tre anni dal referendum poco o nulla è cambiato. Nella consultazione popolare del giugno 2011 il 54% degli elettori ha votato contro la privatizzazione del sistema idrico. Da allora ad oggi la situazione non ha registrato progressi, ossia è praticamente immutata. Chiedetelo alla Nestlè e a Renzi.

Il primo quesito referendario ha previsto l’abrogazione della norma che consente di affidare la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica a soggetti scelti a seguito di gara ad evidenza pubblica, consentendo la gestione in house solo ove ricorrano situazioni del tutto eccezionali, che non permettono un efficace ed utile ricorso al mercato.

Il secondo quesito, invece, ha proposto l’abrogazione parziale della norma che stabilisce la determinazione della tariffa per l’erogazione dell’acqua, nella parte in cui prevede che tale importo includa anche la remunerazione del capitale investito dal gestore.

 Allora, si fa presto in teoria a dire acqua pubblica. Non sono bastati 26 milioni di ‘Sì’ per trasformare il sistema di gestione del servizio idrico italiano. Oggi le tariffe non sono cambiate e non esiste una norma post-voto.  

Ed è sulle tariffe che si sta combattendo la battaglia principale. Tre anni fa, cittadine e cittadini avevano votato per l’abolizione della adeguata remunerazione del capitale investito dai gestori. Dunque, dopo il referendum, i cittadini, pagando la bolletta dell’acqua non avrebbero più dovuto foraggiare i profitti delle aziende. Tutto liscio quindi? Non proprio. Alla fine del 2012 l’Aeeg, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas, che si occupa di determinare i criteri per calcolare le tariffe del servizio idrico, ha inserito una nuova voce: il “rimborso degli oneri finanziari”. Vale a dire: un modo per continuare a garantire gli utili ai gestori. In altre parole, cambierebbe la forma, ma non la sostanza.

In Toscana: il dialogo con la Regione non si è mai aperto. Del resto Matteo Renzi non ha mai nascosto di essere contrario all’esclusione dei privati dalla gestione del servizio idrico. E a Firenze infatti nulla è cambiato. Anche a Bologna, città roccaforte del Pd, l’amministrazione non sta andando nella direzione indicata dagli elettori con il referendum. Il consiglio comunale ha approvato la fusione di Hera, la multiutility emiliano-romagnola che si occupa di gas, rifiuti, energia e acqua, con la veneta Acegas-Aps, un colosso con affari anche in Bulgaria e in Serbia. Insomma, l’esito del referendum è rimasto lettera morta. L’anno scorso il comune ha dato il via libera alla vendita di 5 milioni di azioni di Hera , passando così da una quota del 2,28% a una pari a 1,8%. Di sicuro la macchina legislativa ha fatto fatica a mettersi in moto e l’inerzia dei partiti non ha aiutato. Dopo il referendum si dovevano studiare delle ipotesi per riportare il servizio idrico sotto il controllo pubblico, ma non è mai avvenuto.

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