3.7.14

ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA AFFONDATE DAI TEDESCHI AL LARGO DI PESARO



MARE ADRIATICO: SORPRESE BELLICHE




 di Gianni Lannes

Segreti esplosivi invisibili ma presenti, con strascico ad orologeria di malattie incurabili e morte. Le armi di distruzione di massa - bandite da trattati e convenzioni internazionali -  sono state programmate per uccidere anche a notevole distanza di tempo. Nell’estate del 1944 un Sonderkommando germanico comandato dal maggiore Meyer, ha affondato nel Mar Adriatico dinanzi alla costa marchigiana ben 1316 tonnellate di bombe all’iprite, mai più recuperate.

«Per conoscere quali urgenti misure voglia prendere per il rastrellamento delle bombe all’iprite che sin dal 1944 sono state gettate in mare dalle truppe tedesche in ritirata e che oggi infestano il tratto dell’Adriatico da Ancona a Pesaro - e specialmente da Fano a Pesaro - che provocano lesioni gravi e incapacità al lavoro ai nostri pescatori».



Correva l’anno 1951 quando Enzo Capalozza (parlamentare e poi giudice della Corte costituzionale) indirizzava  l’interrogazione numero 6324 al ministro della marina mercantile.


Il sottosegretario di Stato Ferdinando Tambroni il 20 novembre di 63 anni fa confermava la pericolosa presenza dell’arsenale proibito dalla Convenzione di Ginevra del 1925 e il livello di deterioramento, fornendo sei coordinate di affondamento: 

«…l’Ufficio circondariale marittimo di Cattolica, sulla base delle denunce di rinvenimento ricevute dal 1945 in poi e di quelle di infortunio dei pescatori locali per contaminazione da aggressivo chimico, ritiene di poter affermare che la zona in cui le bombe ad iprite sarebbero state affondate, si troverebbe fra Pesaro e Casteldimezzo e sarebbe definita approssimativamente dalle seguenti coordinate geografiche: latitudine 43° 59’ 05” nord, longitudine 12° 45’ est; latitudine 43° 57’ 30” nord, longitudine 12° 45’ est; ’ latitudine 43°59’ 25” nord, longitudine 12° 50’ est; latitudine 43” 57’ 15” nord, longitudine 12° 43’ est; latitudine 43° 55’ 00” nord, longitudine 13°00’ est; latitudine 43° 53’ 30” nord, longitudine 13° 00’ est. Lo stesso ufficio circondariale marittimo esprime l’avviso che gli ordigni, per la corrosione degli involucri esterni prodotta dalla salsedine, sarebbero tuttora pericolosi perché, oltre alla possibilità che rimangono impigliati nelle reti, una qualunque causa esterna può provocare lo spandimento del liquido contenuto negli stessi».




Si tratta di quattro punti geografici ubicati in mare, di fronte al porto di Cattolica, a Casteldimezzo ed a Fosso Sejore (tra Pesaro e Fano), a distanze variabili tra uno e tre miglia dalla battigia, e due punti sulla terraferma - probabilmente un errore di trascrizione - nei Comuni di Cattolica e San Giovanni in Marignano.

L’inchiesta ufficiale del 1951 lasciava aperti molti interrogativi - non risultano infatti attuate successive campagne militari di indagini - ancora oggi privi di risposte esaurienti da parte dello Stato italiano e dei Governi tricolore: numerosi ordigni sono stati rinvenuti nel dopoguerra, ma non sappiamo precisamente dove e quanti siano oggi gli involucri metallici sepolti da fango e sabbia sui fondali. 

Il sindaco di Pesaro, Luca Ceriscioli, il 10 marzo e il 30 aprile 2010 ha inviato al Ministro della difesa due lettere per sollecitare spiegazioni e provvedimenti. Il 21 giugno 2010 l'allora sottosegretario alla difesa,  Giuseppe Cossiga, ha risposto al sindaco sostenendo che il dicastero aveva «promosso i pertinenti approfondimenti» e che le ricerche e le bonifiche dell'area sono state portate a termine tra il 1945 e il 1950. Insomma, una menzogna a buon mercato, smentita dai fatti. Il 12 aprile 2011 il deputato  Oriano Giovannelli ha depositato l’interrogazione a risposta scritta (4-11571) per chiedere se i ministri della difesa e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare non ritenessero di dover monitorare con urgenza la situazione descritta. Il data 7 agosto 2012 nella sua risposta (allegato B della seduta 678) il ministro della difesa pro tempore, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, dichiarava la competenza del suo dicastero solo in via concorsuale rispetto al ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, rinnovando la disponibilità della difesa a valutare le eventuali richieste di concorsi che perverranno dalle autorità competenti; nella risposta all'interrogazione citata, lo stesso Ministro della difesa, da conto di una nota dell'Istituto superiore per la prevenzione e la ricerca ambientale (ISPRA) - trasmessa dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare – nella quale si dava evidenza di come la bonifica delle aree di affondamento sia una ipotesi di difficile attuazione, sia dal punto di vista tecnico che economico.

Il governo italiano non ha fatto nulla se non negare l'evidenza. Eppure la discarica bellica giace ad appena 30 metri di profondità. Nel frattempo i pesci malati e mutageni continuano a finire sulle nostre tavole, come se niente fosse. Nel caso italiano non vale il principio internazionale “chi inquina paga”. Ancora nessuna marionetta tricolore si è presa almeno la briga di telefonare alla cancelliera cicciona Merkel per chiedere il conto, sotto forma di risarcimento.

A causa dell’erosione degli involucri metallici degli ordigni, dovuti alla ossidazione causata dall'acqua marina, è altamente probabile che tali veleni siano rilasciati nell'ambiente marino, con grave pregiudizio per l'ambiente, la fauna, la flora e gli esseri umani.


post scriptum

La mia prima inchiesta sulle bombe chimiche affondate nei mari d’Italia risale al 1999, ed è stata pubblicata dal settimanale Avvenimenti.
 

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