3.6.14

IN PUGLIA ECOMAFIE INTERNAZIONALI

Lucera: Alghisa - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


di Gianni Lannes



A causa dei veleni industriali abbandonati, ecco che fine ha fatto la città di Federico II di Svevia, con tutti i suoi attuali abitanti, nel disinteresse delle autorità nazionali, regionali e locali.

In linea d’aria a meno di due chilometri dalla città di Lucera (contrada Cioccariello o Seggio), a ridosso della statale 17 (km 325) in provincia di Foggia, dalla metà degli anni ‘80 sorge l’Alghisa, un enorme buco nero di rifiuti pericolosi provenienti da mezza Europa (spiccano le scorie della Rhone Poulenc, la multinazionale francese della chimica, e perfino dall’Alenia).
 
Nel 1998 avevo segnalato la situazione alla Digos locale, ma senza alcun esito. Soltanto nel 2009, tornando in zona, sono riuscito a far sequestrare il sito dalla Procura della Repubblica di Lucera. Il procedimento giudiziario è stato allora avviato dal capo della procura Massimo Lucianetti, un magistrato subito dopo trasferito a Potenza; il tribunale è stato chiuso. La bonifica a tutt’oggi è ancora lontana, mentre la gente si ammala e muore di cancro. 

 Lucera: Alghisa - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)

Almeno il certificato storico della locale Camera di Commercio parla chiaro. La forma giuridica è inizialmente - a far data dal 7 maggio 1984 - di una società in nome collettivo (De Vivo officine di A. & L. De Vivo S.N.C.). Il 24 settembre 1986 il sodalizio si trasforma in una società a responsabilità limitata (srl). Soci amministratori risultano Armando De Vivo e Bianco Sante Giuseppe (atto di trasformazione del notaio Talani Giovanni B – 12/6/1986, numero di repertorio 119634). Il capitale sociale passa da 10 a 30 milioni di vecchie lire. La sede legale è a Foggia in via Trieste numero 15, in seguito via Fiume 18. Il 12 giugno 1989 il signor Bianco Sante Giuseppe (nato a Foggia il 3 novembre 1926 e deceduto il 20 luglio 2001) diviene amministratore unico. Il 17 maggio 1991 viene deliberata la riduzione del capitale sociale a 20 milioni; il 4 dicembre 1992 lo stesso sarà azzerato e poi ricostituito il 30 dicembre 1993. Nel ’96 il capitale sociale deliberato, sottoscritto e versato schizza a 180 milioni di lirette. 

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Di che si occupa l’Alghisa? Alla voce oggetto sociale si legge: “RECUPERO E TRASFORMAZIONE DI ROTTAMI DI ALLUMINIO, GHISA E SUE LEGHE IN PANI… E QUANTO ALTRO CONTIENE MINERALI…”. In una relazione tecnica estimativa d’azienda (datata 9 dicembre 1992) stilata dall’ingegnere Antonio Cutruzzolà per conto dei proprietari dell’Alghisa è scritto: “L’area industriale impegnata si sviluppa su una superficie di circa 4.606 mq. Inizialmente l’opificio occupava il suolo individuato in catasto al F. 46 p.lla 176 di proprietà delle Officine De.ma.n Srl, ceduto all’Alghisa Srl in comodato gratuito, per l’uso attinente all’attività societaria del beneficiario. Successivamente l’opificio industriale si è esteso, per esigenze produttive aziendali, fino ad occupare una fascia di terreno ad esso perimetrale di proprietà del Tratturo demaniale Lucera-Castel di Sangro agro del comune di Lucera allibrato al F. 46 p.lle 89/parte e 90/parte, ceduto in concessione alla Alghisa Srl dalla Regione Puglia con verbale di consegna del 20/11/92 … La ditta Alghisa Srl si occupa di fonderie di alluminio e sue leghe, nonché di raffineria metalli; le materie utilizzate nel ciclo di fusione sono residui derivanti da cicli di produzione e di consumo, quindi fanno parte delle materie prime secondarie che possono essere avviate all’utilizzo”. 

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L’Alghisa non inquina solo l’aria ma anche il sottosuolo e le falde, scaricando senza autorizzazione i rispettivi reflui industriali. L’accertamento viene condotto dal maresciallo dell’Arma Girolimetto Claudio, alle ore 16,38 di 17 anni fa. “In data 28.5.1998, il Nucleo Operativo e Radiomobile di Lucera, accertava…” puntualizza l’avvocato Enrico Follieri nell’atto di ricorso per la contravvenzione di 20 milioni di lire (mai pagata effettivamente). Risultato? Trasferimento del sottufficiale dei carabinieri ed inquinamento a tutto spiano fino al sequestro dell’area il primo giugno 2000. Il Presidio multizonale di Prevenzione dell’Azienda sanitaria locale Foggia/3 se la prende comoda. Soltanto il 27 giugno 2002, ben due anni più tardi, analizza un granello dei materiali all’esterno e all’interno dei capannoni (complessivamente circa 450 mila tonnellate). In base alle analisi chimiche (1 agosto 2002) del dottor Luigi Lorusso emerge che “il campione è da considerarsi rifiuto speciale pericoloso”. Come al solito la Procura della Repubblica di Lucera non dispone la messa in sicurezza del pericoloso sito. Anzi, il 5 maggio 2003, il pubblico ministero Claudio Rastrelli chiude il procedimento penale numero 3165/2000 R.G.. Infatti, il solerte pm annota: “rilevato che i reati si sono estinti a seguito di morte dell’indagato, avvenuta in data 20.7.2001 … chiede che il giudice per le indagini preliminari in sede voglia disporre l’archiviazione del procedimento e ordinare la conseguente restituzione degli atti al proprio Ufficio. Con restituzione all’avente diritto di quanto in sequestro”. E l’associazione a delinquere di stampo criminale? Ma quando mai: la mafia dai colletti inamidati in odore di massoneria deviata in affari con i rappresentati politici nazionali ed autoctoni in Puglia non esiste.
Le logge locali dormono sonni tranquilli. I carabinieri della compagnia di Lucera intervengono soltanto il 20 maggio 2003. 

 
 Lucera: Alghisa - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


Nel verbale di dissequestro documentano inequivocabilmente: “Noi sottoscritti Ufficiali di P.G. S. Ten. Citarella Antonio, comandante del N.O.R. e V.B. Miccoli Francesco, appartenente al suddetto reparto, diamo atto che alle precedenti ore 11.00 in esecuzione a quanto disposto nel Decreto di archiviazione nr. 3165/2000 R.G. notizie di reato/Mod. 21 datato 12.05.2003 emesso dal G.I.P. c/o il Tribunale di Lucera, ci siamo recati presso la società Alghisa” srl … per procedere al dissequestro di nr. 4 aree per complessivi 2000 metri quadrati, su cui risultavano depositati complessivi 300 mila metri cubi di rifiuti speciali … L’ufficio dà atto che il dissequestro viene operato a carico del Sig. De Vivo Armando … L’ufficio da altresì atto di aver intimato al Sig. De Vivo Armando l’ottemperanza delle norme relative allo smaltimento dei rifiuti pericolosi”. Il Nucleo operativo ecologico dell’Arma, tramite il maresciallo Di Ruscio effettuerà solo due controlli: il 17 dicembre 2003 e il 17 febbraio 2004. Il capitale sociale dell’Alghisa al 28 luglio 2003 ammonta a 91.800 euro. La visura camerale segnala: “con atto notarile del 25/07/2003, si è avuta una cessione di quote dai soci De Stefano Adele, Bianco Francesco, Bianco Giancarlo, Bianco Lucia, Bianco Maria Teresa, Bianco Patrizia, Bianco Valeria e Bianco Alessandra a favore dei soci De Vivo Armando e Inglese Lucia”. 

Un’altra visura del 19 luglio 2002 prova che Armando de Vivo (ingranaggio locale dell’operazione ecomafiosa) è stato nominato amministratore unico dell’Alghisa il 6 agosto 2001. In sostanza, una banale ricerca burocratica avrebbe consentito al sostituto procuratore Rastrelli di individuare i responsabili. Dalla copiosa documentazione acquisita legalmente, ad esempio spicca tra tante, la copia di un formulario di identificazione del rifiuti a firma del De Vivo: 45.120 kg di scorie da fusione partono per l’ “Aluscan As” a Marina di Carrara (MS). Il trasportatore è Germani Spa di San Zeno sul Naviglio (BS). L’automezzo è targato BR 557FE e il rimorchio AB29343. Il trasporto inizia il 4 dicembre 2001 alle ore 22,30. Fantasiose le annotazioni a margine del documento: “stoccaggio in attesa di imbarco per il successivo recupero in Norvegia”. Caratteristiche di pericolo: h 4, h 12. Ovviamente in quel paese nordico i numerosi carichi non giungeranno mai. In una nota (2 febbraio 2001, protocollo 5479) a firma di Giovanni D’Attoli, dirigente dell’amministrazione provinciale di Foggia si legge: “Considerato che la Società Alghisa si è impegnata a produrre a codesto Comune (Lucera , ndr), in tempi brevi, la documentazione tecnica relativa al completamento dell’impianto di produzione, al fine di non interrompere l’attività, si chiede di valutare detta documentazione con cortese sollecitudine”. In altri termini, nella vicenda si perde il conto delle complicità istituzionali. Un altro documentato riferimento. 

Sempre nel 2001 - ad attività sequestrata - grazie ad una nota commercialista di Manfredonia ed ai servigi della Mps Merchant Spa di Firenze, l’Alghisa srl entra nel meccanismo delle agevolazioni finanziarie elargite dal ministero delle Attività produttive (progetto 03253 -13). In effetti, altre succulente profferte erano partite il 14 settembre 1999 (protocollo 56/99) dall’allora assessore provinciale allo sviluppo Matteo Valentino (già sindaco fallimentare di Cerignola). Ha scritto infatti all’Alghisa il Valentino: “per la partecipazione al Patto territoriale Fortore, si comunica che il Comitato promotore ha indetto un bando per la selezione di iniziative imprenditoriali… Cordiali saluti”. Ad un certo punto il meccanismo illegale sembra incepparsi. Il 4 ottobre 2000 mentre i rifiuti pericolosi provenienti da mezzo mondo (Arabia Saudita, Brasile, Francia, Belgio, Germania, Italia) transitano per lo stabilimento lucerino prima di sparire in fondo al Mediterraneo e in Africa, o si accumulano nello stesso, l’amministratore Bianco si rivolge al sindaco e alla commissione edilizia comunale: “in merito all’impatto visivo dei rifiuti industriali affastellati sul piazzale dell’azienda, avendo già provveduto l’ “Alghisa” alla richiesta di autorizzazione presso gli organi competenti (Amministrazione Provinciale) per la realizzazione di uno stoccaggio in proprio dei rifiuti da sistemare in sacchi all’interno dei capannoni industriali già esistenti, chiede il parere sulla localizzazione e sullo stoccaggio”.

I dipendenti dei cittadini potevano dire no? Assolutamente: infatti approvano. In una raccomandata con ricevuta di ritorno del 15 gennaio 2001 (protocollo del comune di Lucera, numero 1868), il responsabile dell’ufficio tecnico Urbanistica comunica al sig. Bianco Sante Giuseppe: “visti gli elaborati dell’ingegnere Raffaele Calabrese, la Commissione Edilizia esprime all’unanimità parere favorevole”. Occorreva una parvenza di legalità. E così anche il responsabile dell’Asl Fg/3, dottor Pasquale Gelsi il 26 ottobre 2000, quando già da anni l’attività ecomafiosa era ben incardinata “esprime parere favorevole sotto il profilo igienico-sanitario, sulla realizzazione di un deposito preliminare di rifiuti (un ex stoccaggio provvisorio) nel luogo di produzione e per i rifiuti esclusivamente prodotti da parte dell’Alghisa s.r.l., in attesa che vengano prelevati da un soggetto autorizzato per essere avviati allo smaltimento e/o recupero, alle seguenti condizioni”. Nel 1996 i certificati taroccati di analisi a favore del committente Alghisa ad opera del chimico di stanza a Manfredonia Marchionni Giuseppe, rivelavano la presenza di metalli pesanti (notoriamente cancerogeni): cadmio, piombo, rame, cromo, eccetera eccetera. Grazie ad una rete di complicità istituzionali di elevato livello e all’intermediazione della Vedani Metalli di Milano, i titolari dell’Alghisa hanno movimentato e fatto sparire migliaia e migliaia di tonnellate di rifiuti pericolosi. Tra i tanti soggetti industriali beneficiati figura anche l’Alenia (produttore di armamenti), una società controllata dal ministero del Tesoro. Lo stabilimento di Nola (in provincia di Napoli) ha occultato violando le normative in materia di protezione ambientale e sanitaria, quantità immense di rifiuti tossico-nocivi, sotto forma di rottami metallici – trasportati tra l’altro dalla ditta Ianniello Raffaele – dirottati con la classica triangolazione teoricamente a Milano, ma realmente a Lucera. 

L’Alghisa ha usufruito addirittura di un condono fiscale. Sorpresa: il curatore fallimentare della srl è Vincenzo Piccirillo: una vecchia conoscenza a cui è stato affidato il medesimo incarico per la Iao dei Fantini nella famigerata Giardinetto in agro di Troia.

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