10.4.14

L’UCCISIONE DI MORO: UN DELITTO DI STATI ALLEATI




di Gianni Lannes


Caso risolto e mistero svelato. Usa l’Italia: detto e fatto da 70 anni. Una strage e infine un omicidio orchestrato ai massimi livelli. 5 processi, fior di commissioni parlamentari, un migliaio di libri, un’infinità di documentari televisivi, alcuni film, ma a tutt’oggi nessuna verità accertata. Dopo 36  anni e innumerevoli depistaggi, manomissioni e distruzioni di prove imbarazzanti, sul caso vale ancora il segreto di Stato in violazione delle normative vigenti. Eppure c’è un funzionario del Dipartimento di Stato United States of America, tale Steve Pieczenik, già assistente del segretario di Stato Usa nel 1978, che ha vuotato il sacco a più riprese, da almeno 8 anni. La prima volta in un libro (anno 2006), Nous avons tue Aldo Moro, intervistato dal giornalista francese Emmanuel Amara. Il volume è stato ripubblicato dall’editore Cooper in Italia nel 2008 (Abbiamo ucciso Aldo Moro). Era lui, l'esperto nordamericano che gestì la situazione in presa diretta. L’anno scorso ha rilasciato un' intervista a Giovanni Minoli. Ecco cosa ha confermato:

«Quando sono arrivato in Italia c'era una situazione di disordine pubblico: c'erano manifestazioni e morti in continuazione. Se i comunisti fossero arrivati al potere e la democrazia cristiana avesse perso, si sarebbe verificato un effetto valanga. Gli italiani non avrebbero più controllato la situazione e gli americani avevano un preciso interesse in merito alla sicurezza nazionale. Mi domandai qual era il centro di gravità che al di la di tutto fosse necessario per stabilizzare l'Italia. A mio giudizio quel centro di gravità si sarebbe creato sacrificando Aldo Moro.



Così il 30 settembre 2013 alla trasmissione Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24 Pieczenick ha nuovamente rotto il silenzio e ha risposto per mezz'ora alle domande. Steve Pieczenik, consulente del Dipartimento Usa nel 1978 in materia di terrorismo, componente del comitato di crisi voluto da Francesco Cossiga, allora ministro dell'Interno, durante il rapimento e poi l'uccisione di Aldo Moro, ha parlato di una «manipolazione strategica al fine di stabilizzare la situazione: sacrificare Moro per il bene dell'Italia».

Nel comitato di crisi che si riuniva non al Viminale ma segretamente al Palazzo della Marina Militare di Roma, e di cui non è mai stata rintracciato un solo verbale, Pieczenik sedeva insieme al criminologo Franco Ferracuti (iscritto alla P2), l'esperto in difesa e sicurezza Stefano Silvestri, una grafologa e il magistrato Renato Squillante. «L’obiettivo di Moro era restare vivo. E a questo scopo era pronto a minacciare lo Stato, il suo stesso partito e i suoi stessi amici. Quando mi resi conto che questa era la sua strategia dissi: nel quadro di questa crisi quest’uomo si sta trasformando in un peso, e non in un bene da salvaguardare» dice il consulente inviato a Roma dall'allora segretario di Stato Cyrus Vance. 

Chiede Minoli: “Sostanzialmente, lei fin dal primo giorno ha pensato e ha detto a Cossiga: Moro deve morire”. «Per quanto mi riguarda, la cosa era evidente - risponde il consulente - Cossiga se ne rese conto solo nelle ultime settimane. Aldo Moro era il fulcro da sacrificare attorno al quale ruotava la salvezza dell'Italia».

Durante il sequestro Moro furono molto attivi tre Comitati per la gestione della crisi: ci sono pochi dati per ricostruire con precisione l'attività di questi gruppi, in quanto dagli archivi del Viminale a detta del senatore Sergio Flamigni, membro della Commissione Stragi, sono scomparsi i verbali delle riunioni e altri documenti. L'americano Pieczenik, assistente del Sottosegretario di Stato, era il capo dell'Ufficio per la gestione dei problemi del terrorismo internazionale del Dipartimento di Stato Usa, Ufficio che era stato istituito da Henry Kissinger.  


«Ben Reid, che dipendeva da Cyrus Vance, il ministro degli Esteri, mi convocò - racconta Pieczenik - nel suo ufficio. Si rivolsero a me perché avevo studiato ad Harvard e al Mit. Poi Kissinger qualche tempo dopo mi incaricò di dirigere la prima cellula antiterroristica degli Usa. Nel 1978 l'Italia, fino al rapimento Moro, era abbastanza trascurata dai nostri. Quando arrivai mi resi subito conto che il Paese era nel caos. Scioperi continui, manifestazioni sindacali ed estremisti di sinistra, mentre l'apparato dello Stato rimane in mano a vecchi fascisti che poi mi sono reso conto erano stati infiltrati dalla P2. Fra l'altro ho potuto constatare con il ministro dell'Interno di allora Cossiga che costui non aveva nessuna strategia ne alcun piano d'azione».


Pieczenik, continua a raccontare - anche nel libro Noi abbiamo ucciso Aldo Moro - decise la strategia per risolvere il caso Moro. «Lessi le molte lettere di Moro e i comunicati dei terroristi. Vidi che Moro era angosciato e stava facendo rivelazioni che potevano essere lesive per l'Alleanza Atlantica. Decisi allora che doveva prevalere la Ragione di Stato anche a scapito della sua vita. Cossiga ha approvato la quasi totalità delle mie scelte e delle mie proposte e faceva il tramite con Andreotti».


Nessun magistrato italiano a tutt’oggi si è ancora preso la briga, mediante una semplice rogatoria internazionale al Governo USA, di acquisire un illuminante fascicolo - che comprende tutto l’anno 1978 - presso il National Archives, intitolato “Terrorism in Italy, including kidnapping and death of Aldo Moro, former Prime Minister of Italy”. Ecco gli estremi: “Reference: FCO 33/3577 - WRJ 51/1 Part A”.


Tale documentazione è stata declassificata da un pezzo negli States, ma nel Belpaese la trasparenza è ancora un miraggio, nonostante le promesse non mantenute. In un lancio dell’agenzia giornalistica Asca, di 4 anni fa si legge: 


«(ASCA) – Roma, 2 ago 2010 – In occasione dell’anniversario della Strage di Bologna, il Presidente del Senato, Renato Schifani, ha comunicato che l’Archivio Storico di Palazzo Madama, dando seguito alla deliberazione adottata dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi a conclusione dei propri lavori, ha riprodotto, su supporto informatico, tutti i documenti formati o acquisiti dalla Commissione, ad eccezione di quelli destinati a rimanere segreti. Lo rende noto una nota di palazzo Madama».

 
NAPOLITANO G. & KISSINGER H.

KISSINGER H. & ROCKEFELLER D.


A proposito  delle minacce mortali di Henry Kissinger al presidente Aldo Moro. Il 6 giugno 1995 Corrado Guerzoni, il portavoce di Aldo Moro, viene audito dalla Commissione sul Terrorismo e le Stragi, presieduta da Giovanni Pellegrino. Ecco cosa riferisce (6 giugno 1995 - pagine 744-745):

«I rapporti in particolare tra l’onorevole Moro ed il Segretario di Stato americano Kissinger erano stati fin dall’inizio molto difficili ed in qualche caso turbolenti. Vi era una radicale diversità non solo di punti di vista, ma anche di metodo di lavoro. L’onorevole Moro non considerava che l’Amministrazione americana fosse adeguatamente informata su quello che avveniva in Italia, anche perché era a conoscenza del fatto che il caso Italia appariva, una volta al mese, in un dossier di trenta righe al massimo che veniva consegnato al Segretario di Stato, il quale su di esso formava la sua opinione.
Vi è un episodio che ho già avuto modo in passato di raccontare commettendo però un piccolo errore sul quale si è costruita la possibilità di negare il fatto. Dissi che vi era stato uno scontro violento tra Kissinger e Moro durante il viaggio del Presidente della Repubblica Giovanni Leone che l’onorevole Moro appunto aveva accompagnato nella sua qualità di Ministro degli Affari Esteri.
Collocai male questo scontro perché esso non avvenne, come io avevo ritenuto, nell’ambasciata italiana presso gli Stati Uniti d’America, durante la cena che venne offerta dall’ambasciatore italiano. Esso, invece, si svolse, come è certissimo, alla Blaire House, cioè la casa degli ospiti del Presidente degli Stati Uniti. Nel corso del pomeriggio vi fu una riunione alla quale intervenne il Segretario di Stato Kissinger e lì si verificò lo scontro proprio quando egli affermò che l’Italia non sarebbe stata aiutata dagli americani a risolvere i propri problemi economici, permanendo quella situazione politica e quell’equivoco circa il futuro della posizione italiana.

Lo scontro fu talmente forte, aspro e minaccioso dal punto di vista politico che l’onorevole Moro (che anticipò il suo rientro, come è ben noto, a causa del malore che lo colpì nella chiesa di Saint Patrick, a New York, ed anche perché aveva avuto informazioni di questo infittirsi dell’atteggiamento polemico degli americani rispetto al quale, a suo giudizio, il resto della delegazione italiana non mostrava chiara comprensione delle difficoltà enormi in cui l’Italia si trovava), appena rientrato in Italia, mi chiamò al telefono e mi disse che per alcuni anni si sarebbe ritirato dall’attività politica, cosa che andava detta ai giornalisti. Risposi che mi pareva strano che si dovesse dare una notizia del genere quando in Italia si era alla vigilia, come poi avvenne, di una certa evoluzione politica all’interno della DC che avrebbe portato l’onorevole Moro alla nomina a Presidente del Consiglio. Egli comunque insisteva nella sua intenzione di ritirarsi dalla politica e nell’esigenza di informare i giornalisti».


Mister Henry Kissinger, notiriamente assurto alle croNache mondiali per aver ordinato la destabilizzazione della democrazia in Cile (ma non solo) ed aver cagionato la morte del presidente Salvador Allende, non è stato mai interrogato da nessun magistrato in merito al delitto Moro. Oltretutto è stato ricevuto da Napolitano come se niente fosse, e ha partecipato con lo stesso ad un convegno dell'Aspen Institute in Italia. Anche Steve Pieczenik non è mai stato sfiorato da un'indagine giudiziaria italiana., eppure ha confessato il delitto di Stato.

Infine, ancora oggi non è completa e rigorosa la ricostruzione dell’azione militare in via Fani del 16 marzo 1978 in cui fu trucidata la scorta, soprattutto in merito al numero dei partecipanti alla strage. Dei 91 bossoli rinvenuti, ben 49 appartengono ad un’arma sola, e non è stato ancora ben individuato chi sia stato quel tiratore. L’azione è stata definita “Un gioiello di perfezione” da un ufficiale dei servizi segreti, la cui intervista è stata pubblicata dal quotidiano ‘La Repubblica’ il 18 marzo 1978. Secondo quell’ufficiale un’azione di tal genere poteva essere portata a termine solo da due categorie di persone: o militari addestrati in modo ultra sofisticato oppure, da civili che fossero stati sottoposti ad un lungo e meticoloso addestramento. Ma non era il caso dei brigatisti italidioti.








Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia.

(VIII legislatura 20 giugno 1976 - 11 luglio 1983) Riferimenti normativi: VIII Legislatura Legge 23 novembre 1979, n. 597 (istitutiva), Legge 4 settembre 1980, n. 542 (proroga), Legge 30 dicembre 1980, n. 892 (proroga), Legge 6 gennaio 1982, n. 1 (proroga), Legge 9 aprile 1982, n. 154 (proroga).
Documenti: VIII Legislatura Relazione conclusiva: 1. Relatore Valiante Relazioni di minoranza: 1 Covatta, Martelli, Barsacchi, Della Briotta; 2 Franchi, Marchio; 3 Sciascia; 4 Sterpa; 5 La Valle.
Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi.

(X legislatura 2 luglio 1987 - 22 aprile 1992), (XI legislatura 23 aprile 1992 - 14 aprile 1994), (XII legislatura 15 aprile 1994 - 8 maggio 1996), (XIII legislatura 9 maggio 1996 - 29 maggio 2001 )
Riferimenti normativi: X Legislatura: Legge 17 maggio 1988, n. 172 (legge istitutiva), Legge 31 gennaio 1990, n. 12 (proroga), Legge 28 giugno 1991, n. 215 (modifica e proroga), Legge 13 dicembre 1991, n. 397 (proroga).

XI Legislatura Legge 23 dicembre 1992, n. 499 (legge istitutiva). XII Legislatura Legge 19 dicembre 1995, n. 538 (proroga).  

XIII Legislatura Legge 20 dicembre 1996, n. 646 (proroga), Legge 25 luglio 1997, n. 243 (proroga).
Documenti: X Legislatura 5 relazioni semestrali sull’attività svolta e 8 relazioni sui diversi temi dell’inchiesta tra cui quella su Aldo Moro. (relatore Gualtieri). Le Lettere di Aldo Moro ritrovate a Milano, in via Monte Nevoso nel 1990.

XI Legislatura Relazione sugli sviluppi del caso Moro. (relatore Granelli)
XII Legislatura 3 relazioni semestrali sullo stato dei lavori. (relatore Pellegrino)
XIII Legislatura 7 relazioni semestrali sull’attività svolta ed una relazione su argomento specifico. (relatore Pellegrino).

2 commenti:

  1. la saga continua nei giorni nostri. magistrati che vanno stranamente in ferie e un P.G. che avoca a sè le indagini. mi auguro che il P.G. si limiti a leggere i documenti a disposizione nei link sopraindicati e a convocare immediatamente, arrestandoli, l'omicida reo confesso Pieczenik e il mandante Kissinger.

    http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/moro-per-sempre-il-procuratore-capo-sottrae-ai-pm-di-roma-linchiesta-sui-motociclisti-75193.htm

    Il procuratore generale di Roma, Luigi Ciampoli, ha avocato a sé parte della nuova inchiesta sul caso Moro.

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  2. Scopro soltanto ora "Su la testa"! ...e in breve, finalmente, scopro che qualcuno in questo paese ha ancora il coraggio di esprimere e diffondere il propio pensiero. Non sono molto pratico ma forse Lei, gentile Gianni Lannes, potrebbe darmi una mano a dare maggiore evidenza nella Rete al "Proclama" de Italiano Popolo Sovrano per capire se gli italiani esistono ancora e quindi tentare di cambiare le sorti del paese. Perchè sono convinto che CAMBIARE SI PUO' - CAMBIARE SI DEVE!!

    https://www.facebook.com/pages/Italiano-Popolo-Sovrano/738142562934908?pnref=story

    Grato per l'attenzione, con stima
    Alessandro RAmpani

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