8.4.14

LA GUERRA DISUMANA ALLE BALENE: SULL'ORLO DELLO STERMINIO FINALE

 foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)



 di Gianni Lannes


Il mare è vita. Cinquanta milioni di anni fa i loro antenati hanno abbandonato la Terra e si sono adattati alla vita acquatica. Sono mammiferi come gli umani ma decisamente più sensibili ed evoluti, e non grandi pesci. Nel tempo sono diventati frequentatori delle grandi profondità oceaniche da cui emergono per respirare, giocare e riprodursi. Attualmente si conoscono 80 specie e tra di loro c’è l’animale più grande che probabilmente sia mai esistito sul pianeta Terra: la balenottera azzurra, lunga fino a 33 metri e il cui peso può toccare le 190 tonnellate. E’ scampata per un soffio allo sterminio dell’industria baleniera nel XX secolo: oggi il tasso di mortalità è così elevato che alcune popolazioni forse non recupereranno mai. Eppure, Norvegia, Islanda ma, soprattutto, Giappone non ha hanno mai realmente interrotto la caccia intensiva a questa maestosa creatura degli abissi.


 
 foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)

Ufficialmente 1.400 balene vengono uccise ogni anno. Non è uno spettacolo entusiasmante vedere morire una balena cacciata dalla bestia uomo. E’ una mattanza con profitti industriali giganteschi. Un fucile caricato con una granata di pentrite che pesa 45 chilogrammi, scaglia dalla nave che viaggia a 15 nodi un arpione che penetra il dorso della balena per circa 25 centimetri e poi scoppia al suo interno. Provoca ferite di 20 centimetri, che possono anche triplicare se l’arpione uncina il corpo dell’animale. La morte del cetaceo non è veloce, indolore. Per finirla si usano arpioni elettrificati e fucili. L’animale muore dissanguato per i danni subiti agli organi interni. Il trofeo vivente si dimena, si contorce, lotta, tenta di inabissarsi. Quest’apoteosi della natura vuole vivere, ma viene imbracata e poi vivisezionata a bordo. 

 foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


Sono innumerevoli i fattori che possono falsare il tiro del moderno cacciatore: la visibilità, la distanza, la velocità dell’imbarcazione. E, così spesso, il più grande mammifero marino rimane agonizzante in acqua per qualche ora. Gli unici ad opporsi  alla mattanza sono stati gli ecologisti di Greenpeace che hanno fronteggiato i balenieri giapponesi nei mari tra l’Australia e il Polo Sud. Un’autentica battaglia con gommoni su un fronte, arpioni e cannoni ad acqua sull’altro.  

 foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


Secondo la World Society for the Protection of Animals «nel ventesimo secolo sono stati abbattuti due milioni di cetacei». Alcune specie hanno sfiorato l’estinzione.

Non è tutto. La comunità scientifica è preoccupata per i cetacei colpiti dall’inquinamento acustico causato dalla navigazione, dalle rilevazioni sismiche, dalle trivellazioni per l’estrazione del petrolio, dalle costruzioni marine e, in particolare dai dispositivi sonar delle unità militari. L’etologo Danilo Mainardi non ha dubbi: «Interferenze di tipo tecnologico, provenienti da strumentazioni fisse o mobili, spesso militari, disturbano il sonar dei cetacei». Lo studio di Greenpeace “Balene malate in un oceano malato”, conferma che «nei casi estremi l’inquinamento acustico può causare danni fisiologici, ma più frequentemente interferisce con il comportamento naturale degli animali e con la comunicazione, mascherando i richiami o disorientando e quindi spostando gli animali dai loro habitat dove si cibano e si riproducono». 

 foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
 
 foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)

Che questo disturbo possa causare un danno reale è dimostrato dal caso della balena grigia del Pacifico nord occidentale. «Una delle fonti più preoccupanti di inquinamento acustico sono i sonar a bassa frequenza (LFAS-Low Frequency Active Sonar), sviluppati dall’industria bellica per individuare i sottomarini nemici, che utilizzano le stesse basse frequenze delle balene per comunicare e alle quali sono più sensibili». La prova che il sonar uccide i cetacei è emersa a marzo del 2000 con gli spiaggiamenti alle Bahamas di 14 zifi, 2 balenottere minori e 1 stenella, in concomitanza con l’utilizzo dei sonar a frequenza media della marina Usa in quella zona. Le autopsie hanno dimostrato che tutti gli animali avevano avuto un’emorragia dentro e fuori le orecchie. 


 
 foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)



Nel settembre 2002 altri 15 zifi sono stati trovati sulla spiaggia nelle Isole Canarie di Fuerteventura e Lanzarote. I militari della Nato e delle navi US Navy stavano conducendo grandi esercitazioni navali. 9 balene morirono a causa del trauma acustico. La presenza militare è stata accertata anche a gennaio del 2003, quando a Stewart Island (Nuova Zelanda) 159 balene pilota sono decedute sulla lingua sabbiosa di Neck Beach. In un articolo della rivista Nature (ottobre 2003) si ipotizza che «l’impatto delle vibrazioni acustiche può creare direttamente la formazione di bolle gassose nei tessuti grassi che portano alla creazione di un embolo». Il sonar opera a un livello di rumore estremamente elevato: 240 decibel, ovvero la soglia responsabile, secondo i ricercatori, di danneggiare le balene. Anche i capodogli, come nel caso dei sette esemplari trucidati  nel dicembre 2009 nell’Adriatico, andati a morire sulle spiagge del Gargano, sono deceduti a causa un’embolia gassosa a livello coronarico.

Ma questa è solo la punta dell’iceberg: la distruzione di un ecosistema. Un respiro su due che facciamo lo dobbiamo agli oceani che danno al pianeta metà dell’ossigeno.

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