21.4.14

ITALIA: GLI IMBROGLI SUI RIFIUTI INDUSTRALI DELLO STATO ITALIANO HANNO CAUSATO MALATTIE E MORTE NELLA POPOLAZIONE

Ciampi


di Gianni Lannes


Soltanto in Italia i rifiuti si riciclano in politica. La casta dei parassiti che non ha mai lavorato si è sdraiata da sempre ai voleri dei poteri forti. Quando le scorie industriali non sono state affondate in mare o occultate soprattutto nel Mezzogiorno per volere dei lacché di Stato in affari con le organizzazioni criminali, tramite i servizi segreti (Sismi & Sisde), hanno usufruito di questi trucchetti legislativi.

Amato

La storiaccia che affonda le sue origini nel 1982 (DPR 915) ha inizio nel 1992, con la circolare del Comitato interministeriale prezzi numero 6. In tal modo il governo di Giuliano Amato (il pensionato d’oro promosso recentemente a giudice della Corte costituzionale) parificò con un giochetto di “prestigio, ovvero con un imbroglio da meritare l’ergastolo in ragione dell’inquinamento che ha provocato da allora nel Belpaese, l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili (eolica, solare, geotermica, maree e idraulica) a quella prodotta con biomasse e rifiuti, aggiungendo poi una serie di assimilate che vanno dalle centrali a metano al gas ottenuto dai residui di raffinerie.

Alla fine del 1993 con la quotazione in Borsa dei rifiuti - unico caso al mondo - il governo Ciampi sfornava uno strano decreto legge con cui cambiava nome alla gran parte dei rifiuti industriali, anche tossici e nocivi, diventando prodigiosamente “residui”, oppure “materiali quotati in Borsa”.


Prodi, Amato & D'Alema



Questi ultimi erano tutti quei rifiuti che, essendo stati oggetto di quotazione nella Borsa merci italiana, ottenevano automaticamente l'inserimento in un elenco compilato dal Governo e pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. A quel punto, solo sulla carta, ovvero nominalmente, il rifiuto pericoloso diventava un bene prezioso, sottratto a tutta la normativa prevista per i rifiuti, cosicché l’azienda che lo produceva poteva smaltirlo come voleva, senza obblighi e senza controlli per la tutela dell’ambiente.

Così in pochi anni nella Borsa tricolore si quotò di tutto, anzi soprattutto le scorie più nocive per la vita. Tanto è vero che il primo elenco di questi cosiddetti “rifiuti preziosi”, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 10 settembre 1994, contiene tutti i rifiuti industriali smaltiti illegalmente. Basti dire che si tratta di ben 35 pagine di Gazzetta a corpo minuscolo che contiene un elenco di 194 rifiuti, divisi in 24 sottogruppi tra cui spiccano quelli dell’industria chimica. 

La trovata piacque non solo a Ciampi che l’aveva sottoposta all'ignaro pubblico, ma anche a tanti altri successori del centro sinistra e del centro destra. Infatti questo decreto legge, pur non essendo mai stato convertito in legge, fu reiterato, ossia approvato, da tutti i governi successivi (Berlusconi, Dini, Prodi, a prescindere dalle maggioranze di governo, per ben 17 volte.

La Corte costituzionale nell’ottobre del 1996 dichiarava illegittima una reiterazione così prolungata del famigerato decreto legge e ne sanciva la nullità.

L’Esecutivo Prodi abbozzava un finto termine di scadenza, disponendo sulla carta che tale assurdo regime di favore dovesse termine entro e non oltre il 30 novembre 1996. Colpo di scena. L’11 novembre 1996 il Parlamento approva una legge che proroga la esenzione dei rifiuti quotati in Borsa fino al 25 febbraio 1997, data entro cui deve entrare in vigore la nuova normativa sui rifiuti. Così il decreto Ronchi concede una proroga di 6 mesi, fino al settembre 1997. A settembre del ’97, altra proroga, con decreto legge (ovviamente mai convertito) sino al 30 novembre 1997. Ma due giorni prima di questa scadenza, il governo emana il decreto Ronchi bis con cui proroga la esenzione: questa volta fino a 3 mesi dopo la fine della procedura di concerto prevista in sede comunitaria per la approvazione di nuove norme sul recupero dei rifiuti. Ciò avveniva nell’aprile del 1998, e quindi, da quella data anche i rifiuti quotati in Borsa tornavano ad essere rifiuti come gli altri. Ma non era e non è finita: perché il Parlamento approvava il 9 dicembre 1998, una legge (“Nuovi interventi in campo ambientale”) con cui inopinatamente riapriva, per i rifiuti quotati in Borsa, i termini ormai ampiamente scaduti, prorogandoli fino al 31 dicembre 1998 (ancor prima che entrasse in vigore) con quello del 30 giugno 1999. Nel frattempo, il 25 giugno  1997, la Corte europea di giustizia, proprio a causa di questo vergognoso regime di favore degli inquinatori, ha condannato l’Italia, in quanto per l’Europa i rifiuti restano rifiuti «anche se i materiali di cui trattasi possono costituire oggetto di una quotazione in listini commerciali pubblici o privati».

Non è un caso: nel codice penale non sono previsti i delitti ambientali, quelli che causano malattie e morte nella popolazione. Altro che Stato di diritto, altro che legalità. Altro che, chi inquina paga. Il profitto economico di pochi prevale sulla salute e sull’ambiente. E oggi si pagano le conseguenze in termini di perdita di salute e di vita, mentre la casta dei parassiti è sempre in poltrona per conto terzi, a dettar legge al gregge.


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