21.4.14

GLI INCENERITORI DI RIFIUTI UCCIDONO LA VITA






di Gianni Lannes


Se Matteo Renzi nega la realtà e chiude la bocca all’oncologa Patrizia Gentilini, c’è un tale Nichi Vendola, governatore pro tempore della Puglia, che addirittura chiama queste fabbriche di morte con un termine mistificatorio, ossia “termovalorizzatori”. E non a caso Emma Marcegaglia ha definito il parolaio rosa, “il miglior governatore d’Italia, dopo essere stata incentivata con denaro pubblico ad impiantare illegalmente in Puglia tali impianti pericolosi per la salute e per l’ambiente, nonostante penda una condanna della Corte di giustizia europea sul groppone proprio del clan Marcegaglia (alla voce Cisa a Massafra).

La letteratura scientifica parla chiaro: «La combustione dei rifiuti rompe i legami chimici delle sostanze in entrata e durante questo processo hanno luogo reazioni casuali che danno origine a migliaia di nuovi composti chimici chiamati Pic, prodotti di combustione incompleta. Solo un centinaio di questi Pic sono individuati, gli altri sono sconosciuti quanto ad effetti nocivi. Nella fase di raffreddamento, in uscita dal forno, si formano, tra gli altri, anche diossine, furani e l’esaclorobenzene, tra le sostanze più tossiche al mondo. Le emissioni contengono anidride carbonica, polveri fini, ossido di carbonio, acido cloridrico, acido fluoridrico, anidride solforosa, metalli pesanti come cadmio, piombo e mercurio, diossine, furani o idrocarburi policiclici aromatici».
Non esistono attualmente filtri, sia pure all’avanguardia, in grado di catturare e trattenere gli inquinanti. Bruciare spazzatura non significa far sparire l’immondizia. I rifiuti escono dai camini degli inceneritori trasformati in polveri ancora più inquinanti, e i residui di questo processo micidiale sono costituiti da ceneri tossiche che necessariamente vanno trattate e stoccate da qualche parte.

Insomma, la combustione dei rifiuti non è un buon affare per la salute umana e per l’ambiente. In provincia di Lucca, ad esempio, i cittadini da tempo lamentano un gran numero di casi di cancro alle vie respiratorie e l’università di Pisa ha rilevato tra Viareggio e Pietrasanta un picco di pubertà precoce nelle bambine, fenomeno che in materia scientifica viene correlato alle sostanze che appartengono alla famiglia delle diossine. Nel settembre del 2008 la Procura della Repubblica ha messo sotto inchiesta i vertici della società che gestiva l’impianto del Pollino, perché accusati di aver falsificato i dati sulle emissioni di diossine che hanno superato i limiti di legge.  
Un sempre maggior numero di esperti sostiene che i problemi e i rischi per la salute ci sono anche se gli inceneritori rispettano i limiti legislativi per le sostanze inquinamenti immesse in atmosfera. I medici per l’ambiente (Isde) ha lanciato l’allarme. «Dai documenti ufficiali europei - argomenta l’oncologa Patrizia Gentilini - per l’Italia sono stati registrati 295,5 grammi l’anno di diossine in tossicità equivalente prodotti dagli impianti di incenerimento, pari al 64 per cento del totale, e di questi, 170,6 grammi sono prodotti da inceneritori di rifiuti urbani, a fronte di 5,1 grammi prodotti dai trasporti stradali. Ebbene, 295,5 grammi di diossine in tossicità equivalente equivalgono a quasi 3 miliardi di dosi massime tollerabili annue per i bambini tenendo conto dei dati OMS del 1998, già sottostimati».

In relazione a questi riscontri scientifici, allora come mai i documenti governativi pubblicati sul piano per l’emergenza rifiuti in Campania, affermano che gli inceneritori sono costruiti secondo moderne tecnologie e non rappresentano un rischio aggiuntivo per la salute delle popolazioni residenti nelle zone circostanti? Esattamente quel piano è stato redatto con la collaborazione dell’Istituto superiore di sanità.
Sulla rivista Chemosphere è stato pubblicato un articolo nel quale ricercatori del Politecnico di Milano affermano che i più moderni ed efficienti inceneritori presenti in Europa rilasciano circa 45 microgrammi di diossine per ogni tonnellate di rifiuto urbano bruciato. Federico Valerio, responsabile del dipartimento di chimica dell’Istituto tumori di Genova non ha dubbi: «E’ evidente che bruciando si moltiplica la quantità di diossine».

Gli inceneritori vanno avanti solo perché finanziati dallo Stato, ovvero dai cittadini attraverso la bolletta elettrica. Quella dei Cip 6, i cosiddetti certificati verdi, è indubbiamente una buona fonte di introito per i  costruttori di queste fabbriche letali. Infatti, con la circolare del Comitato interministeriale prezzi numero 6 del 1992, il Governo Amato parifico l’elettricità prodotta da ogni fonte rinnovabile (eolica, solare, geotermica, maree e idraulica) a quella prodotta con biomasse e rifiuti, aggiunto poi una serie di assimilate che vanno dalle centrali a metano, al gas ottenuto dai residui di raffinerie. Col Cip 6 il proprietario di un inceneritore può vendere al Gse, gestore dei servizi elettrici, la propria produzione elettrica a un costo triplo rispetto a quello di mercato e tutto l’affare ricade unicamente sulle spalle degli ignari utenti. Per la cronaca: il 90 per cento di questi fondi viene rastrellato da inceneritori e centrali turbogas. I soliti furbetti di Stato hanno così messo in piedi il business dell’incenerimento. Grazie al Cip 6 il guadagno è addirittura doppio: in una prima fase si guadagna perché le pubbliche amministrazioni pagano per liberarsi dei rifiuti e farli smaltire a carissimo prezzo, nella seconda fase si guadagna vendendo a prezzo maggiorato l’energia elettrica prodotta.

Addirittura il gruppo Marcegaglia, in Puglia, ha usufruito di cospicui finanziamenti pubblici, pur non avendone diritto: ben 40 miliardi e 400 milioni di lire, in virtù del Contratto d’area di Manfredonia (2° protocollo): c’è una lettera del 2002 firmata da Antonio Marcegaglia e indirizzata al responsabile unico del contratto d’area, nonché sindaco di Manfredonia, tale Paolo Campo, in quota al Pd, che indica come fare a eludere la legge. Sempre il clan Marcegaglia, presente nella Cogeam, ha usufruito sempre in loco di un finanziamento  europeo di quasi 10 milioni di euro per una fabbrica di ecoballe (cdr) mai entrata di funzione, ben 5 anni dopo la sua ultimazione. E tutto grazie, a Fitto & Vendola, nonché a una rete di complicità della pubblicazione amministrazione.

2 commenti:

  1. VERO, VELENI INDIRETTI, CHE INCIDONO PER IL SOLO 2% !! MENTRE I VELENI DIRETTI, INGERITI O INIETTATI, CHE SONO I VERI UNTORI, INCIDONO, SU TUTTI !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!, PER IL 98% !!! MA, SU QUESTO UNTORE, TUTTI TACCIONO !! ASSURDO MA VERO !!

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  2. La faccia di questi due signori sui sacchetti della spazzatura tassativamente differenziata.....ma per questi due nessun 'genere' va bene.

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