6.3.14

BARI: SALTA IN ARIA UNA NAVE USA CARICA DI BOMBE CHIMICHE







di Gianni Lannes

Alla banchina 14 il calendario si è incagliato alla data del 9 aprile 1945. Alle ore 11:57 circa il piroscafo nordamericano “Charles Henderson” salta in aria improvvisamente, seminando morte e distruzione. Ben 360 morti e più di 600 feriti gravi. Le cause non sono mai state accertate. Mancano pochi giorni alla fine della guerra in Italia (25 aprile). Le atroci conseguenze si pagano ancora oggi, causa di un carico segreto, una presenza inquietante.

Nelle cinque capienti stive la nave del tipo Liberty EC2-S-C1 trasporta 6.675 tonnellate di bombe caricate con aggressivi chimici, ovvero iprite, vietata dalla Convenzione di Ginevra del 1925.

Infatti «anche la “Henderson”, al pari della Harvey” custodiva aggressivi chimici» conferma Vito Antonio Leuzzi, direttore dell’Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea (Ipsaic). «Una rigorosa censura sul carico della nave venne imposta dalle autorità alleate, ma anche da quelle italiane». Il colonnello inglese Lee, comandante del porto, pensò subito ad un sabotaggio. E solo il 13 aprile il quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno, potè pubblicare la notizia sotto il titolo: «Il terribile scoppio nel porto di Bari».

Quali le ragioni? «Ancora oggi non si spiega perché - sottolinea Leuzzi - gli alleati accumulavano armi letali, proibite dalle convenzioni internazionali, in una fase in cui il conflitto poteva dirsi concluso. E in una realtà distante dai teatri di guerra. Secondo fonti ufficiali d’archivio britanniche, la censura fu imposta da Winston Churchill in persona.

Dell’equipaggio della nave, composto da 35 civili e 13 militari si salvarono soltanto l’ufficiale addetto al carico e il direttore di macchina, entrambi assenti da bordo nell’istante dell’esplosione. La “Charles Henderson” aveva levato gli ormeggi da Norfolk con altre 45 unità della stessa classe, dirette verso il Mediterraneo ed era giunta a Bari nelle prime ore del mattino del 5 aprile.

«Un ammasso caotico di macerie di ogni sorta - si legge nella relazione ufficiale del Genio Civile, curata dall’ingegner Giuseppe Geraci e custodita nell’archivio dell’Ipsaic - di grossi blocchi di calcestruzzo e di travate disseminate qua e là con le loro scheletriche sagome conferivano alla scena un’impressionante visione apocalittica (…) del piroscafo, che pochi minuti prima dominava con la sua mole la scena della calata non restavano che due enormi spezzoni. La prua (…) e la poppa ridotta ad un ammasso informe di ferraglie (…). Della parte centrale dello scafo (…) non si scorgeva alcuna traccia. La calata denominata n. 14, dove trovavasi attraccata la nave per una lunghezza di 75 metri, era del tutto sparita».

Grave anche il tributo pagato dalla popolazione civile. I morti accertati - in maggioranza abitanti del vicino centro storico e lavoratori della compagnia portuale “Nazario sauro”, impegnati nello scarico delle navi - furono 175 con 142 dispersi: totale 317. Migliaia i feriti. E molti di loro non ricorsero alle cure degli ospedali. Per cui non furono registrati. Poco più di un centinaio le vittime tra i militari angloamericani, mentre quelle italiani furono meno. Ma solo perché il porto era da un anno mezzo sotto il controllo inglese. Lo scoppio della “Henderson” provocò - fra le tante - la tragedia delle 937 famiglie baresi «obbligate a trasferire la casa dichiarata inabitabile». Ma la solidarietà della gente non mancò. Gli abitanti della città vecchia, ad esempio, ospitarono per mesi molti dei senza tetto. Tutto intorno regnò la distruzione bellica: 

«Pezzi della nave del peso di qualche tonnellata furono disseminati per un raggio di qualche chilometro - si legge ancora nel documento del Genio Civile - provocando non pochi danni agli edifici della zona portuale, mentre getti di nafta ista ad iprite furono proiettati così ,ontano da raggiungere i sobborghi della città. I vetri delle case, a notevole distanza dal porto, andarono violentemente in frantumi (…) Porte e finestre furono divelte come fuscelli sotto la furia dello spostamento d’aria, disseminando le strade di un (…) groviglio di macerie».

L’ospedale consorziale, le chiese di san Gregorio e Santa Chiara e l’ospizio di mendicità furono colpiti da grosse schegge metalliche. Danni rilevanti subirono la cattedrale, la basilica di San Nicola e la chiesa russa, sita a cinque chilometri dal porto. Si ebbero momenti di panico, scene di disperazione e atti di eroismo.

Il 9 aprile di 69 anni fa, l’orrore e la devastazione sconvolsero ancora una volta Bari. Sedici mesi, infatti, erano trascorsi dalle 19:25 del 2 dicembre 1943. Quando la Luftwaffe (l’aviazione militare tedesca) aveva attaccato il porto. Il Washington Post lo aveva definito «il più grave improvviso bombardamento subito dopo Pearl Harbour».

L’incursione era costata un migliaio di morti fra civili e militari. Ed è passata alla storia come l’unico episodio di guerra chimica del secondo conflitto mondiale - nonostante la censura imposta dal primo ministro britannico Winston Churchill - con lo scoppio delle 100 tonnellate di bombe all’iprite stivale nella nave  di proprietà  del governo United States of America “John Harvey”, una delle diciassette navi distrutte.

Ecco la ricostruzione del maggiore Glenn B. Infield, autore del libro Disaster at Bari (The Macmillan, New York, 1971):

«Uno dei segreti mai svelati della seconda guerra mondiale era costituito dalle circostanze in cui nella notte del 2 dicembre 1943 oltre un migliaio di militari alleati e inermi civili italiani morirono a Bari per effetto della diffusione di un centinaio di tonnellate di gas velenosi. Si trattava di iprite, i, letale gas usato nella prima guerra mondiale, all’epoca della vicenda considerato ancora uno dei possibili estremi mezzi di guerra (…) Nell’agosto del 1943 il presidente Roosvelt concesse l'autorizzazione ad imbarcare congrui rifornimenti di bombe contenenti iprite per ild eposiuto doi Bari, da esser eusate dagli Alleati (…)…) Le bombe nopn apparivano dissimili dagli altri tipi, anche se erano molto più micidiali. Con una lunghezza di poco superiore ai metri 1,20 e un dametro di 20 centimentri contenevano dai 30 a 32 chili di iprite. 2 mila bombe all’iprite M47 A1 da 45 kg ciascuna (…) La strage di Bari vecchia con numerose case distrutte dal fuoco (…) divenne un enorme forno cremartorio. Churchill non voleva ammettere che un porto controllato dagli Inglesi aveva sperimentato il peggiore episodio di guerra chimica (…) Churchill impartì disposizioni affinché non fosse lasciata alcuna traccia della parole “iprite” nelle annotazioni ufficiali e che le ustioni dovessero essere indicate come “dovute ad azione nemica” (…)».

Nel rapporto Alexander ordinato dal generale Eisenhower redatto il 20 giugno 1944 si legge:

«Il vero numero delle vittime non sarà mai conosciuto, come anche quello dei civili  che morirono a causa dell’iprite».

Agli italiani che dopo aver abbandonato la città tornarono per ottenere un’assistenza medica per i loro misteriosi malori, non furono sottoposti ad alcuna specifica cura per la loro esposizione all’iprite, a causa dei deliberati ritardi  con cui furono rivelate le reali cause delle morti misteriose negli ospedali pugliesi, dovuti all’azione criminale di Churchill. L’Union Jack - giornale delle forze armate “alleate” che si stampava a Bari - definì l’incidente del 9 aprile 1945 «uno dei maggiori disastri della guerra nel teatro del Mediterraneo». Un disastro, tuttavia, di cui non c’è traccia nei libri di storia.

Al termine della guerra, migliaia di queste bombe proibite furono affondate a poca distanza dalla costa pugliese. Nel 2006  l’Istituto centrale per la ricerca applicata al mare (Icram, oggi Ispra) ha portato a termine un lavoro di indagine marina per conto del ministero dell’Ambiente. Il pesce pescato in Adriatico evidenzia lesioni istopatologiche e alterazioni biochimiche. In sostanza, presentano «lesioni e tracce significative di arsenico e derivati dell’iprite». Perché? L’Adriatico è una discarica chimica e i pesci come i mammiferi marini sono costretti a vivere e a riprodursi in un ecosistema  contaminato, inquinato da aggressivi chimici che continuano a fuoriuscire dai residuati bellici abbandonati sui fondali. Il dossier dell’Icram di 8 anni fa, si riferisce a pesci con evidenti «problemi al genoma». Da allora, le autorità dello Stato e della Regione non hanno predisposto analisi almeno a  campione sui consumatori di pesce, né uno studio sistematico al pari di quello condotto sui pesci. «I risultati ottenuti sui pesci della nostra indagine sono allarmanti» ha precisato il biologo marino Ezio Amato, autore del predetto dossier.

Nel 2010 cinque pescatori di Molfetta hanno tirato nelle reti una bomba al fosforo e sono finiti in ospedale. In seguito, guidasti dal lavoratore del mare Vito Tedesco hanno richiesto le proprie cartelle cliniche al Policlinico di Bari, ma senza ottenere nulla, come ha rivelato pubblicamente lo stesso pescatore.



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