3.3.14

ADRIATICO: LA PIU’ GRANDE DISCARICA MARINA DI BOMBE CHIMICHE TARGATE UNITED STATES OF AMERICA

 Mare Adriatico al largo del Gargano: aree di affondamento di ordigni chimici United States of America



di Gianni Lannes


Al termine della seconda guerra mondiale in violazione della Convenzione di Ginevra i cosiddetti Alleati angloamericani, hanno scaricato sui bassi fondali al largo di Manfredonia, migliaia di ordigni caricati con aggressivi chimici, in particolare l’iprite e il fosforo vietati dalle convenzioni internazionali.

Sulla base della documentazione ufficiale dell’US Army, ho individuato un gigantesco cimitero di bombe proibite, i cui involucri risultano in gran parte deteriorati dall’azione corrosiva del mare. Mentre gli incompetenti, gli analfabeti in materia, i negazionisti e i tuttologi da salotto, disquisiscono delle armi chimiche siriane affondate al largo della Sicilia, gli effetti dirompenti di ben altri residuati a stelle e strisce hanno già colpito già da tempo gli ecosistemi marini ed il popolo italiano.

Infatti, residuati bellici di ogni tipo sono stati affondati deliberatamente nei mari Adriatico e Tirreno, trasformando ampi tratti di fondale, in giganteschi cimiteri subacquei, nocivi all’ecosistema marino e pericolosi per gli operatori della pesca.
Red Code (Research on Environmental Damage caused by Chemical Ordnance Dumped at Sea – contratto numero B4 – 3070/2003/3686585/SUB/D.3) è il progetto con cui la Commissione europea ha co-finanziato l’approfondimento delle ricerche sul tema che l’Icram (oggi Ispra) ha avviato nel 1997 su alcune aree campione, individuando ben 20 mila ordigni in quattro aree campione. In realtà, si stima che le bombe proibite inabissate siano circa 1 milione.

Più recentemente - nel 2012 - in risposta all’interrogazione numero 4/15092 (legislatura 16) il ministro della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola ha precisato che:

«i residuati bellici a caricamento chimico si trovano in uno stato di conservazione pessimo, a seguito della prolungata azione della corrosione marina: ciò determina ulteriori difficoltà di rimozione ed elevati rischi per gli operatori, oltre a richiedere l’impiego di mezzi tecnologicamente avanzati, con conseguente aumento dei costi».

I risultati dello studio dell’Icram (Amato E., Alcaro L, 1999, A.C.A.B., Armi chimiche affondate e benthos, Residuati bellici caricato con aggressivi chimici affondati in Basso Adriatico: distribuzione, stato di conservazione e conseguenze per gli ecosistemi marini) sono stati pubblicati in un rapporto di ben 2 volumi, pagine 225 e 28 allegati. 

Secondo il biologo marino Ezio Amato che ha coordinato la ricerca in mare

«I pesci del basso Adriatico sono particolarmente soggetti all’insorgenza di tumori, subiscono danni all’apparato riproduttivo, sono esposti a vere e proprie mutazioni che portano a generare esemplari mostruosi».

I pesci sono amplificatori biologici che finiscono sulle tavole degli ignari consumatori umani. Oltretutto, nel corso degli anni sono stati pubblicati numerosi studi inerenti gli incidenti ai malcapitati pescatori pugliesi colpiti dalle esalazioni di residuati bellici raccolti accidentalmente con le reti dai fondali del Basso Adriatico. Le ultime osservazioni cliniche risalgono al 2010, ma sono sottoposte a segreto di Stato. Infatti, alcuni pescatori colpiti dall’effetto dell’iprite a tutt’oggi non sono riusciti ad ottenere dal Policlinico di Bari (un ospedale pubblico) le loro rispettive cartelle cliniche. Si tratta dei casi di Vitantonio e Vincenzo Tedesco, Sergio e Michele De Candia, Cosimo Damiano Sallustio, tutti di Molfetta.

Solo per fare qualche esempio documentato a livello scientifico tra i tanti: l’ufficiale medico Adamo Mastrorilli, dell’ospedale militare L. Bonomo di Bari, nel 1958 (Mastrorilli A., 1958. Esiti a distanza di lesioni di vescicatori – revisione clinico-statistica su 102 casi. Giornale di Medicina Militare, fascicolo 4:352-361) riferiva gli esiti di uno studio condotto su centodue soggetti, principalmente operatori della pesca, ricoverati tra il 1946 e il 1954 presso l’ospedale e civile di Molfetta con sintomi attribuiti all’esposizione all’iprite. Nel 1960 il dottor Nicola Mongelli Sciannameo, dell’Istituto di Clinica Medica Generale e Terapia Medica dell’università di Ferrara, riportava il quadro clinico osservato in sei pescatori nelle ore successive al salpamento accidentale di un ordigno a carica chimica dai fondali pugliesi. E così fino ai giorni nostri.

Prove alla mano, sia la Marina Militare italiana, sia il ministero della Difesa, sia il Governo tricolore sono ben a conoscenza della gravissima problematica, come si evince dagli atti rinvenuti nell’archivio storico della Marina (fondo Santoni), eppure se ne sono sempre lavati le mani.

Secondo il sostituto procuratore della Repubblica di Trani, Antonio Savasta 

«Il problema è ampio con risvolti importanti che impongono alle istituzioni di capire se il problema, ovvero le cause e gli effetti si sono riverberati sul territorio e sulla popolazione. Oggi siamo tutti danneggiati: il problema non si deve ignorare ma risolvere. Quali sono le aree contaminate? Tutto è ancora nell'ombra, coperto da una cortina di segreti di Stato. Nulla può fare la singola attività della magistratura».

Il caso delle armi chimiche di proprietà degli Stati Uniti d’America affondate deliberatamente dagli “alleati” nel Basso Adriatico al termine della seconda guerra mondiale, ha violato la Convenzione di Ginevra del 1925, l’armistizio di Cassibile del 1943 nonché il Trattato di Parigi del 1947. Inoltre, e ancor più: dal punto di vista dei vincoli derivanti dalla Chemical Weapons Convention (CWC) meglio nota come Convenzione di Parigi del 1993, non rientra nella necessità di denuncia e intervento bensì nella facoltà di trattarle quali rifiuti speciali.  Le armi chimiche abbandonate (Abandoned Chemical Weapons – ACW) comprendono le armi chimiche, incluse le armi chimiche obsolete, abbandonate da uno Stato dopo il primo gennaio 1925 sul territorio di un altro Stato senza il consenso di quest’ultimo. Alcune disposizioni specifiche prevedono, tuttavia, che per le armi chimiche sotterrate sul territorio di uno Stato anteriormente al primo gennaio 1977 e che rimangono sotterrate o che sono state scaricate in mare anteriormente al 5 gennaio 1985, gli obblighi di dichiarazione e di distruzione previsti dalla Convenzione stessa possano venire non applicati a discrezione di uno Stato parte.

Secondo la Convenzione europea di Aarhus vale il principio di “chi inquina paga”. Vale a dire: lo Stato italiano deve chiamare in causa il governo di Washington e pretendere la bonifica ambientale ed un cospicuo risarcimento danni di natura economica.









3 commenti:

  1. HO FATTO UNA MINIVACANZA SUL GARGANO ANNO 2011 E PORTO LA MIA TESTIMONIANZA DI CANNONI RITROVATI NEL MARE GARGANICO, DI CUI IO MI SONO FATTO FOTOGRAFARE, ALLORA LA STORIA DI QUESTE ARMI CHIMICHE DI CUI O APPENA LETTO POTTREBBE AVERE UN RISCONTRO CON I CANNONI RITTROVATI.

    RispondiElimina
  2. PER CORTESIA, MI INVII LE FOTO DI QUESTI CANNONI E MI FACCIA SAPERE DOVE ESATTAMENTE SONO STATI RINVENUTI! GRAZIE.

    RispondiElimina
  3. Scusami, per convenzione di Arhus si intende questa?
    http://europa.eu/legislation_summaries/environment/general_provisions/l28056_it.htm
    La prospettiva di chiedere risarcimento danni è interessante, ma non vedo cosa abbia a che fare con questa convenzione...

    RispondiElimina

Gradita firma degli utenti.