13.2.14

SAN VALENTINO: NON SOLO PER AMORE A VICO DEL GARGANO

 Vico del Gargano: festa di San Valentino - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


di Gianni Lannes

Quattordici febbraio: Santissimi Cirillo e Metodio. Uno decide di sposarsi il giorno di San Valentino, manda gli inviti, le partecipazioni, organizza la celebrazione, e poi salta fuori che questa festa non esiste più. Ma San Valentino che fine ha fatto? E’ sparito dal calendario per decisione del Vaticano nell’anno 1969. Questioni di guerra fredda: un santo cattolico inventa la scrittura usata nell’Urss. Andate pure a controllare. Il culto è controverso assai: Terni o Roma? Comunque non era il santo dell’amore.

Agli inizi dell’Ottocento, San Valentino è una festa inglese quasi dimenticata. Si estrae a sorte il nome di una ragazza, le si scrive una poesia, la si firma “tuo Valentino”. Mezzo secolo dopo, è in suo nome che nel nascente impero Usa si compie il primo esperimento di marketing delle emozioni: il capostipite di ogni futura campagna pubblicitaria per ottenere la felicità terrena.

Dopo un altro secolo e mezzo il santo di Terni è diventato il patrono dell’amore in tutto il globo, dalla Cina all’India, dal Giappone ai Paesi slavi, ma ha perso il suo posto nel calendario cristiano. Com’è potuto accadere? Secondo la vulgata, da quasi duemila anni, il 14 febbraio gli innamorati scrivono una poesia in rima, incollano un paio di cuoricini e di colombi, si fidanzano e si sposano grazie ai suoi buoni uffici. Ma è proprio così?  

 Vico del Gargano - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)

Una storia antica - Benvenuti a Vico del Gargano, nel cuore della montagna del sole, incastonata tra il Mare Adriatico e la Foresta Umbra, a 450 metri di altitudine dove il clima è straordinario, e si varca la leggenda oltrepassando la moda. La festa di San Valentino cade quando secondo la credenza popolare di epoca medievale, gli uccelli iniziano ad accoppiarsi. Il calendario gregoriano lambiva il 1618 dell’era cristiana (81 anni prima dei festeggiamenti di Terni) quando nel borgo adriatico di origine illirica, «Vonno detti Sindaco ed Eletti pigliare per protettore Santo Valentino Prete per di tutto il Popolo».

Vico del Gargano - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)

A Vico il martire, patrono per contratto, protegge gli agrumi dalle calamità naturali. Ad imporre il “martire” alla popolazione fu il marchese Spinelli che, nell’occasione donò alla cittadinanza le reliquie e un mezzobusto ligneo raffigurante il santo latino. Fino a quell’anno il patrono era San Norberto di Xanten (fondatore dei canonici regolari di Prémontré ed evangelizzatore di slavi), festeggiato l’11 giugno. “E’ un caso singolare di preferenza di un santo invernale a un santo estivo in funzione dell’economia più redditizia del paese, ovvero la coltura degli agrumi” argomenta il professor Giovanni Battista Bronzini. 


Vico del Gargano - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


L’adozione in loco di San Valentino, infatti, discende da una motivazione squisitamente politica: il bisogno dei ceti emergenti di un maggior controllo sulla rinnovata situazione economica e sociale. Anche l’antropologia, però, fa la sua parte. San Norberto non riusciva a suscitare l’indispensabile devozione popolare nel momento del bisogno che esigeva l’appello propiziatorio al santo d’inverno, quando le gelate mettevano in forse il raccolto agrumario. Il sistema calendariale stabilito da Papa Gregorio XII nel 1582, rivela una trama attraverso la quale le classi dominanti regolavano le attività e le energie umane delle plebi.

Vico del Gargano: festa di San Valentino - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)

La ricorrenza celebrativa vichese di San Valentino rientra a pieno titolo nel processo economico sotteso alla formazione dei patronati e al traffico di reliquie. Fenomeni che preannunciavano la grande guerra contadina: nel regno napoletano scosse gli ordinamenti feudali nel 1647-48 e finì repressa nel sangue. L’adozione pubblica - mediante strumento notarile (caso unico in Italia)- conta quattro secoli. A quel tempo in paese dimoravano poco meno di tremila anime e ben 60 ecclesiastici. Oggi i residenti sono circa 8 mila. La festa ha un arcaico sapore pagano e affonda le sue radici nelle culture agrarie indo-europee. I gesuiti plasmarono la festa pre-cristiana invernale di morte e rinascita dei campi: atteggiamento che induceva le moltitudini a cercare sicurezza e speranza nell’accettazione di un potere sovrannaturale.

Vico del Gargano - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)

Culto popolare - Economia, politica ed antropologia a braccetto: il movimento ascensionale per le vie del borgo -ricolmo di arance- è solcato da processioni laiche di confraternite che avanzano con il santo verso la “coppa” (collina) del Carmine. Qui viene impartita la benedizione religiosa ai sottostanti giardini d’agrumi e agli alberi d’alloro della “Vascianza (luoghi vicini al mare).

 Vico del Gargano - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)

Il dito di san Valentino è un indice meteorologico: rivolto in basso indica rovinosi presagi per gli alberi dalle foglie lucenti. La processione del santo protettore -adornato nella chiesa madre di arance- ripete l’arcaico schema simbolico-rituale del primaverile matrimonio degli alberi che si ri-generano. Un tempo l’intermediario divino regolamentava perfino i contratti di vendita degli agrumi. Annotava un secolo fa lo storico vichese Giuseppe del Viscio: «se la valutazione si fa prima del 14 febbraio il proprietario è obbligato ad abbonare al negoziante il 10 per cento sulla quantità della frutta risultante dalla stima; se dopo quel giorno non si dà percentuale di sorta».

 
 Vico del Gargano - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)
Dalle spremitura di tre arance i vichesi ricavano un elisir d’amore che rinsalda i legami affettivi. Il sapore della duretta garganica (a’ rancia tost’) non ha eguali al mondo.
Sud colonizzato - Le fonti storiche rivelano che sul Gargano la presenza di agrumi diviene significativa nell’anno Mille. Gli Arabi propagarono quest’arboricoltura a partire dall’VIII secolo, mescolandola alla tradizione ellenistica.

Nella Puglia dilaniata dalla siccità, gli agrumi -arance, limoni, mandarini e cedri (“limongelle”)- ebbero il più vitale nucleo d’insediamento -tuttora in vita nonostante la colonizzazione “unitaria” e la speculazione edilizia- nell’areale rivierasco settentrionale: Vico, Rodi, Ischitella.

Vico del Gargano: sorgente Asciatizzo - foto Gianni Lannes (tutti i diritti riservati)


Grazie ai privilegi del microclima, alla eccellente preparazione agronomica dei contadini, ma soprattutto alla presenza di centinaia di affioramenti sorgivi d’acqua dolce, in loco prese il via nel ‘700 una sconosciuta avventura dell’agrumicoltura italiana. Annota nel 1791 l’economista Galanti: «Vi sono frutti squisiti e vari; e aranci migliori di quelli di Sorrento in Vico, Ischitella, Peschici e Rodi. Vico e Rodi sono i paesi di maggior traffico di tutta la provincia. Vico tiene 6 trabaccoli con case che trafficano per Trieste, per Venezia, e per Ancona di agrumi. Rodi tiene otto trabaccoli e dodici mezze barche o sieno pinchi da viaggio».

A fine ‘800 questa minuscola area produttiva con 340 mila piante distribuite su 540 ettari produceva con metodi naturali (autenticamente biologici) ad ogni stagione, 100 milioni di frutti (circa 15 mila tonnellate). Vi furono annate, come nel 1847, in cui la rendita dei limoni superava il valore di proprietà del fondo. Nel 1877 quando le arance siciliane si vendevano a 16,6 lire al quintale, quelle garganiche -in considerazioni delle straordinarie qualità organolettiche- spuntavano alla contrattazione anche 36,6 lire.
Al mirabolante guadagno economico, tuttavia, non presero parte contadini e braccianti che, alla stregua di servi della gleba ricevevano, si fa per dire, quando non venivano pagati in natura (con cibo), i più bassi salari del regno Savoia. Dopo la feroce repressione del brigantaggio (una rivolta sociale) pre e post unitaria, risolta nel sangue e nell’emigrazione forzata verso le Americhe, il promontorio garganico iniziò a svuotarsi di presenze umane con grave danno per la civiltà agrumaria.

Una società della passività sofferente: “animali erbivori” li definirà nel 1880 la Società italiana di Etno-antropologia. 23 anni dopo l’annessione d’Italia finanziata dalla massoneria inglese, l’Inchiesta agraria di origine parlamentare rileverà «le deficienze alimentari le precarie condizioni abitative, l’analfabetismo, l’alto indice di mortalità».
Il mercato agrumario trascinato dalla domanda inglese e nordamericana, consentì di realizzare alla classe dominante di latifondisti e proprietari terrieri, (feudali e borghesi) profitti eccezionali fino alla crisi del primo ‘900, quando gli Stati Uniti d’America introdussero la tariffa Dingley (un dazio di 3,80 lire per cassa d’agrumi). La domanda delle città mercantili -Napoli, Trieste, Venezia, Vienna, Ragusa- e degli Stati nazionali, aprì un’area periferica dell’Europa a un complesso di relazioni non esclusivamente commerciali fino al primo dopoguerra.

Oggi sopravvivono miracolosamente i segni della massacrante fatica dei senza terra - le gore che incanalano l’acqua sorgiva, le plurisecolari siepi di leccio - ma a prevalere, è ancora un sistema economico eterodiretto come ai tempi dei “galantuomini”. Nel Gargano come del resto, nell’intero Mezzogiorno d’Italia -a causa del neo colonialismo imperante- emigrano o muoiono soprattutto le intelligenze.

Nessun commento: