29.7.12

ILVA CHIUSA: UN FUTURO SENZA TUMORI


di Loredana Russo

L’aspetto più drammatico della vicenda che ha investito la città di Taranto non è la battaglia dei poveri che si sta consumando per le strade del capoluogo, da quando si è diffusa la notizia del sequestro precauzionale dell’area a caldo dell’Ilva. Non è nemmeno il disagio che migliaia di operai stanno procurando ai loro concittadini, minacciando uno sciopero ad oltranza. Nessuno può essere contro gli operai, non foss’altro che, quasi in ogni famiglia di Taranto o della sua provincia, c’è qualcuno che ha – o ha avuto - a che fare con “ ‘u siderurgico”. Nessuno – nemmeno gli operai – può essere contro la tutela della salute: gli operai - i cui figli, malati di leucemia, agonizzano davanti ai loro occhi ogni giorno - costretti a lavorare proprio nel luogo da cui provengono i veleni che uccidono le loro creature, conoscono bene il valore inestimabile della vita, tanto quanto tutte le vittime del cancro che, all’Ilva, non ci hanno mai messo piede. Nessuno può essere contro la tutela del lavoro: a Taranto, gli operai, i pescatori, gli allevatori di mitili, gli artigiani, gli agricoltori, gli impiegati, gli insegnanti, sono sullo stesso fronte. Chi fa passare l’idea che siano avversari, o si sbaglia, o è disonesto.

L’aspetto più drammatico è l’opinione che gli operai esprimono in merito al lavoro in acciaieria. Non ho mai sentito – anche in questi giorni - un operaio dire di aver scelto il suo lavoro in piena libertà e consapevolezza. Nemmeno mio fratello lo diceva, quando era dipendente Ilva e rientrava a casa carico di fuliggine, mentre mia madre, in silenzio, pregava Iddio che lo licenziassero. Mio fratello parlava, invece, di necessità; dolorosa, ma di necessità. E di situazione di privilegio, rispetto a tanti suoi coetanei, che avrebbero voluto entrare all’Ilva per “sistemarsi” e non avevano avuto la sua stessa “fortuna”. Ecco a cosa ha ridotto la città di Taranto un cinquantennio di industrializzazione forzata e di inquinamento mentale, prima ancora che ambientale: alla dolorosa constatazione che “ ‘u siderurgico” è un male, ma che è necessario. Nessun tarantino lo voleva, nessun giovane tarantino ha mai sognato di lavorare in quello stabilimento, ma ormai c’è, e guai a toccarlo. E perché? Perché è l’unico lavoro fisso in questa città. Punto. Meglio morire dieci anni prima e lavorare, che morire di fame subito. Ecco, come si riduce una città in ginocchio e si rendono schiavi i suoi abitanti, senza aver dichiarato alcuna guerra.

Il 26 luglio, la magistratura ha avuto la fermezza ed il coraggio che la città aspettava da quarant’anni. La parte mediocre della classe dirigente locale, insieme ai Soloni nazionali, è capace solo di cavalcare l’onda delle proteste degli operai, ai quali viene paventata la minaccia di un futuro senza certezze, per colpa della Procura e di un manipolo di ambientalisti “irresponsabili”. Le domande che, oggi, tutti i tarantini dovrebbero porsi, invece, sono altre. Chi ha voluto l’Italsider a Taranto? Chi ha mai chiesto loro se avrebbero gradito un’industria altamente inquinante alle propaggini della loro città? Chi ha taciuto, quando si consumavano gli scempi ambientali e gli operai morivano sul posto di lavoro? Chi ha pescato nel torbido, elargendo posti di lavoro all’Italsider (poi, Ilva)? Chi ha ignorato il genocidio silenzioso che si consumava nelle famiglie tarantine, costrette a viaggi della speranza, in attesa del miracolo di padre Pio che salvasse dal cancro i loro cari? Chi ha guardato dalla finestra, senza mai rimboccarsi le maniche per programmare alternative di lavoro che non fosse in acciaieria? Oggi, si divide per comandare: operai contro ambientalisti; lavoro contro salute. L’ennesimo demagogico terrore del lastrico. Questa volta, però, non attacca.

Mio fratello, dopo anni di incertezze, di concorsi mai vinti in loco, di lavori precari, oggi è un uomo realizzato, anche se ha dovuto, con sofferenza, mettere radici a 900 km dai suoi cari. Ha superato un concorso pubblico, con le sue forze, senza “spinte”; guadagna molto di più di quando lavorava all’Ilva e, soprattutto, è immune dai pericoli che lo hanno quotidianamente sfiorato - e, due volte, minacciato - quando era operaio. Se tutti i politici avessero fatto semplicemente il loro dovere - ciò per cui li abbiamo profumatamente pagati in questi decenni – Taranto, oggi, sarebbe un’isola beata, non un inferno in terra. Se c’è qualcuno che dovrebbe farsi un esame di coscienza, sono coloro che hanno sempre “benedetto” –  non solo metaforicamente - questo sistema, non gli ambientalisti o la magistratura; coloro che hanno portato 12.000 persone in uno stabilimento che da decenni è in crisi. Neanche sette mesi fa, Il 22 ottobre 2011, sul Corriere del giorno si leggeva: "se il trend [del mercato dell’acciaio ndr] peggiorerà ancora, si aprirà nuovamente la possibilità di ricorrere agli ammortizzatori sociali... Già lo scorso 7 ottobre il Corriere aveva anticipato la possibilità che lo stabilimento ionico nei prossimi mesi potesse fare ricorso alla cassa integrazione e questo scenario, purtroppo, sembra farsi concreto". Il 5 giugno 2012, su La Repubblica, la stessa solfa: il fermo temporaneo di alcuni settori a causa della crisi del mercato dell’acciaio. Ora che il fermo viene, finalmente, imposto per una motivazione realmente determinante, la salute, scatta la protesta. E mentre noi, fratelli di sventura, litighiamo, il leone ci mangia. Ora, invece, è il momento di essere senza timori, per un futuro senza tumori. E’ il momento di far capire, a chi ci ha manipolato per troppo tempo, che noi un cervello funzionante ce l’abbiamo e che sappiamo individuare cause e responsabilità dello scempio che patiamo. Abbiamo l’opportunità epocale di una rivoluzione culturale. Non possiamo rischiare di perdere il treno che passa: è in ballo la nostra pelle. E la pelle non si svende; casomai, si vende a caro prezzo.

2 commenti:

  1. Si arriva a questi controsensi (lavoro o morte) per le scelte scellerate fatte anni fa. I morti per inquinamento non muoiono in qualche giorno, per il manifestarsi delle malattie ci vogliono anni e poi anni per dimostrare che quelle malattie derivano dall'inquinamento, nel frattempo la popolazione viene decimata, nel frattempo le famiglie vivono con quel lavoro avvelenato. Ecco che negli anni si formano queste realtà tragiche nelle quali i lavoratori vengono ricattati senza che neanche capiscano a quale barbarie vengono sottoposti. Viene loro chiesto di vendere la salute dei loro figli per quattro soldi, senza una lacrima.
    Anche oggi vengono fatte scelte scellerate che tra qualche anno mostreranno tutta la loro tragicità, e sarà tardi.

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  2. Interessante

    Raccolgo qui, a mo’ di diario, tre articoli sulla “questione Taranto” scritti in questi giorni per il “Corriere del Mezzogiorno”. Sono riflessioni certamente non esaustive. Tuttavia sono convinto che una discussione complessa su come coniugare diritto al lavoro e diritto alla salute, “cosa” e “come” produrre e non solo “quanto” produrre, “come” avviare concretamente un processo di ambientalizzazione di un colosso siderurgico, “come” indirizzare l’impresa privata (benché abbia rilevato uno stabilimento di Stato) a devolvere parte dei suo ingenti profitti per tale processo, e – allo stesso tempo – “come” affrontare l’enorme questione operaia che si sta oggi aprendo in Italia, riguardi tutti. A cominciare dai redattori, dai collaboratori e dai lettori di “minima et moralia”. (a.l.)



    http://www.minimaetmoralia.it/?p=8884

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